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Pirovano e Aleni, la destra mascherata per Sala

| 18 Settembre 2021 | POLITICA

Il 3 e 4 ottobre si voterà per le amministrative in diversi comuni italiani. Una delle sfide di maggior rilevanza è Milano. Nel capoluogo lombardo sono 13 i candidati sindaci, di cui 5 appoggiati da partiti comunisti, segno che le divisioni sono sempre più endemiche alla sinistra. I due avversari principali, quelli verso cui sono puntate le luci dei media, sono il sindaco uscente Beppe Sala e il candidato del centrodestra, il medico Luca Bernardo. Sala è favorito: piace alla borghesia cittadina del centro e favorisce la speculazione edilizia. L’attuale borgomastro ha una visione “europea” di metropoli, per cui ci sono quartieri da mettere in mostra per il turismo (curiosamente gli stessi da cui provengono i suoi principali candidati) e altri da lasciare nel degrado. Tra i candidati del centrosinistra targato Sala ci sono figure che potrebbero benissimo stare nel centrodestra e altre con parecchio scheletri nell’armadio.

Per il Municipo 9, la candidata alla presidenza della coalizione di Beppe Sala è Anita Pirovano. Consigliera comunale uscente, la Pirovano è balzata agli onori della cronaca nell’estate 2020, quando ammise di aver fatto richiesta e ottenuto il bonus Covid di 600 euro per i lavoratori autonomi. La consigliera, eletta nel 2016 nelle file della lista “Sinistra per Milano” ma oggi passata alla più centrista “Lista Sala“, dichiarò che non viveva di politica e a causa del lockdown aveva dovuto rinunciare al suo lavoro di psicologa. Andando però a vedere la sua dichiarazione dei redditi pubblicata sul sito del Comune, si scoprì che la Pirovano percepiva tra i 28 e i 29 mila euro lordi complessivi, di cui 26 mila provenienti dai gettoni di presenza in Municipio e il restante dall’attività secondaria di psicologa. Pur continuando a percepire i gettoni di presenza, avendo lavorato come tutti gli altri consiglieri comunali da casa in smart working, la Pirovano pensò di sopperire alla perdita del lavoro autonomo, che in termini mensili ballava dai 100 ai 200 euro, con un rimborso di 600. Grazie al Covid, la consigliera riuscì a mettere in tasca più di quanto avrebbe preso in assenza di pandemia. Sia chiaro, dal punto di vista legale quello fatto dalla Pirovano (e da altri politici locali e nazionali) è perfettamente lecito. Dal punto di vista morale molto meno, specie per una donna che si dichiara (o forse si dichiarava) “di sinistra”. 

Il comportamento della Pirovano non piacque a tanti cittadini che la contestarono, a volte scadendo nell’insulto o nella demagogia. Se i partiti maggiori mostrarono solidarietà verso la furbetta del bonus, anche perché vennero a galla casi simili da destra a sinistra, qualche politico milanese più attento alle battaglie sociali prese le distanze da un comportamento eticamente discutibile. L’allora consigliera 5 Stelle Patrizia Bedori, oggi capolista della lista “Milano in Comune Gabriele Mariani Sindaco“, commentò sui soldi intascati dalla Pirovano: “Io non li ho presi. Non ho chiesto allo Stato, che per me non è una mucca da mungere e mi indigno per chi li ha presi non avendone bisogno: l’etica e la morale per me non hanno prezzo”. 

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Questa signorina oggi si presenta per guidare il Municipio 9 con un look e un’identità politica tutta rinnovata. I suoi manifesti elettorali hanno un tasso di photoshop ai livelli di quelli di Giorgia Meloni. Non male per una che si professava “femminista”. Alla presentazione della lista ha elogiato il suo sindaco, che le ha permesso di tornare in pista nonostante la brutta pagina dei rimborsi Covid, con un’agiografia dell’ex city manager degna dei colleghi del ragionier Fantozzi (ha pure scritto un libro in merito, in coppia con il presidente di Municipio 8 Simone Zambelli). Indossando aderenti pantaloni bianchi in perfetto stile Forza Italia, manco fosse una Micaela Biancofiore o una Mariastella Gelmini, la Pirovano ha detto di farsi portavoce di quartieri popolari dela zona 9 come Prato Centenaro, Niguarda, Bovisa, Bovisasca, Dergano, Affori, pur vivendo nella parte più chic di tutto il Municipio 9: l’Isola. Situazione che guardacaso accomuna parecchi candidati dei municipi di zona, sia di centrosinistra sia di centrodestra. Sulla pagina Facebook della Pirovano, qualcuno le ha fatto notare la sua poca empatia verso i quartieri popolari della zona, come se ci fosse un attrito che la tiene ancorata alla parte borghese della città. Lei ha negato, ma curiosamente da certe parti la si vede sempre “scortata”. Sostenuta da Partito Democratico e cespugli, si presenta alle elezioni come esponente della “Lista Sala”, formazione che mescola insieme fighetti radical chic provenienti da sinistra ed ex berlusconiani riciclati, tutti uniti da una nefasta idea di “Milano da bere 2.0” che possa far arricchire e vivere meglio alcuni cittadini (di cui loro si sentono la parte più evoluta) a discapito di altri. Parlano tanto di città europee, ma il loro modello sembrano essere le città americane, da Chicago a Bogotà.

La svolta a destra (la destra dei calzini arcobaleno e degli apericena al sushi bar) della Pirovano è stata certificata dal suo commento a una scritta di contestazione lasciata sulla saracinesca della sede del Pd del quartiere Isola dal Gruppo studentesco OSA – Opposizione Studentesca d’Alternativa. La scritta sotto accusa affermava: “Distruggete scuola, ambiente e lavoro, il virus siete voi”. Anche la Pirovano ha espresso solidarietà ai piddini colpiti dal “vile” gesto, con un post degno di Daniela Santanché. L’imbarazzante piagnisteo per un’inoffensiva scritta, peraltro giustificabile visto le politiche attuate negli ultimi 15 anni da quel partito, ha unito la Pirovano a tanti altri borghesotti candidati nelle varie liste a supporto di Sala. Gente che frequentava i centri sociali ora si indigna “perchè quelli del Gruppo Studentesco sono contro l’Unione Europea”. Dall’antagonismo all’eurismo per certi opportunisti figli di papà il passo è breve. Tre studentelli lasciano una scritta su una saracinesca e i Sala boys and girls gridano al “fascismo”. Loro che con gli ex fascisti della Regione Lombardia fanno affari, come per la costruzione dell’inutile nuovo Stadio Meazza, per il prolungamento della Paullese o per la distruzione del verde nel quartiere Santa Giulia. La capitale italiana del socialismo non merita che il suo popolo identifichi “la sinistra” con questa gente.

L’astio verso i centri sociali non riguarda solo la Pirovano. Il centrosinistra milanese è impregnato di gente che non ha nulla da invidiare a Silvia Sardone. Come quest’ultima si era presentata cammuffata da no global per far vedere “l’illegalità” del centro sociale Macao, Stefania Aleni, consigliera di Municipio 4 per il centrosinistra e ora ricandidata per la lista centrista (con scappellamento a destra) “I Riformisti con Sala“, attacca lo spazio autogestito di viale Molise sui social. Per la Aleni, Macao andrebbe sgomberato. Se un non milanese leggesse su Facebook quello che scrive la candidata riformista, potrebbe tranquillamente scambiarla per una della Lega o di Fratelli d’Italia.

Stefania Aleni è la direttrice di Quattro (fondato da lei nel 1997), il periodico cartaceo della zona 4. Curioso conflitto di interesse: la direttrice del notiziario di quartiere è un’esponente politica locale eletta in consiglio. La sua carica di direttrice è sopravvissuta ai cambi di maggioranza, dato che dal 2016 il Municipio 4 è in mano al centrodestra. Segno che fa comodo a tutti i partiti, come il sindaco Sala d’altronde.

La Aleni è una moderata di centro e come Paola Binetti ama censurare ciò che può scandalizzare la cittadinanza. Più affine alla Ginevra di Giovanni Calvino o alla Ryad di Bin Salman che alla Milano del 2021, la direttrice di Quattro intervenne nel 2015 per impedire che il sottoscritto presentasse nella biblioteca di quartiere il suo libro “Frustrati – Uomini e donne che non hanno conosciuto l’amore“. Il motivo? il libro parlava esplicitamente di sesso. Nonostante il consenso della direttrice della biblioteca di Calvairate, la Aleni imposte il suo NIET e una serata di cultura, parola con cui si fanno belli tanti candidati per Sala, svanì, come pure un articolo dedicato al libro che avrebbe dovuto comparire sulle pagine dello stesso Quattro.

Queste due candidate per Sala sono un piccolo ma significativo campione di che collanti reggono l’alleanza di centrosinistra milanese: arrivismo personale, difesa dei ceti borghesi, oscurantismo culturale. Il peggior centrosinistra di sempre probabilmente vincerà a Milano, come in altre parti d’Italia. Con il suo messaggio edonista post-reaganiano mascherato, Sala e altri come lui guardano a quelli “che ce l’hanno fatta o ce la possono fare”, prendendo le distanze da quelli che a detta loro “non ce la possono fare”. Matteo Renzi può essere finito politicamente, ma il renzismo è più vivo che mai. A volte viene sbandierato apertamente, come nel caso del partitino di bocconiani e figli di papà “Volt“, che appoggia ovviamente Sala e inneggia a una “Milano capitale degli Stati Uniti d’Europa”. Altre volte il renzismo si maschera dietro ex ragazze di sinistra divenute novelle Maria Elena Boschi o a grigie figure dell’establishment cittadino buone per tutte le stagioni. E nonostante le tante bandierine arcobaleno sventolate dai supporter dell’attuale sindaco di Milano, il futuro della città è grigio, come il cemento dei suoi grattacieli per soli ricchi.

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