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Beppe Sala disprezza le periferie come Mussolini

| 18 Agosto 2021 | POLITICA
Beppe Sala e Mussolini

È tipico dei regimi dittatoriali mostrare ciò che va bene e nascondere ciò che va male. Benito Mussolini amava le città, specie i suoi centri storici. Nativo della povera e contadina campagna romagnola, fin dai tempi della sua militanza giovanile il futuro Duce preferiva i fumosi bar del centro di Milano, in cui si parlava di politica, di cultura e ovviamente di donne, al duro lavoro dei campi. La glorificazione degli agglomerati caotici, in cui l’edilizia si slancia verso l’alto dando un’immagine di progresso, era uno dei capisaldi del futurismo. La visione di un mondo sempre in cambiamento, dove i vecchi borghi andavano distrutti per far posto all’acciaio e al cemento, si diffuse tra i giovani borghesi colti delle città italiane, molti dei quali contribuirono attivamente all’ingresso del nostro Paese nella Grande Guerra.

Il mito della città volta al futuro sopravvisse alla prima guerra mondiale e si rafforzò negli anni della dittatura fascista. Il movimento “Stracittà”, che si contrapponeva a “Strapaese” e al suo tentativo di restaurare un’Italia rurale, decantava l’architettura razionalista e ai suoi palazzi all’avanguardia, i grandi viali e le piazze ordinate. Negli scritti di Bruno Barilli, come nei quadri di Mario Sironi, viene celebrata una città in divenire, fatta di enormi palazzi e fabbriche, dove l’elemento umano, così forte nella visione futurista (basti pensare alle caotiche tele di Umberto Boccioni o di Giacomo Balla) è assente. Per la grande cattedrale di cemento circolano tram, camion, mezzi a motore. La città è il futuro, mentre ciò che ne sta fuori è il passato da superare. O da nascondere, come fece il fascismo.

Mussolini amava apparire nelle cerimonie pubbliche in città, specie se ripreso dai cinegiornali davanti a folle oceaniche o a palazzi di recente realizzazione. Nella propaganda di regime il dittatore doveva essere celebrato in perfetta simbiosi con opere dei migliori architetti dell’epoca. Quindi ecco Mussolini davanti ai palazzi dell’Eur di Roma o alla Casa dei Sindacati dell’Industria di Milano. L’Italia doveva apparire agli occhi delle altre potenze come una nazione compatta, rigida, forte e imponente, tanto lo erano i palazzi realizzati dai maestri del razionalismo.

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Fuori dalle città c’erano le baracche. Non tante come le coree del secondo dopoguerra, ma la povertà nel ventennio fascista c’era, eccome. Specie al Sud, dove nelle campagne si faceva la fame, dove da anni si emigrava verso le Americhe e si iniziava già a emigrare anche al Nord. Tanti contadini e pastori vivevano nelle grotte e non avevano neanche accesso all’acqua. Non quella dei rubinetti e nemmeno quella dei pozzi delle cascine delle campagne del nord. Nel Mezzogiorno durante il ventennio c’era chi faceva la fame e la sete. I racconti dell’Aspromonte di Corrado Alvaro sono una valida fonte storica dell’epoca. Nei cinegiornali questi italiani poveri non avevano diritto ad apparire. L’Italia del Centro-Nord si sorprese quando tra il 1951 e il 1954 la Commissione d’Inchiesta sulla miseria in Italia, con a capo il deputato socialdemocratico Ezio Vigorelli, mostrò la povertà estrema di tanti cittadini italiani del Sud.

L’arrivista giornalista romagnolo Mussolini amava i salotti di Margherita Sarfatti, le cene con l’aristocrazia che nei comizi diceva di odiare e ovviamente le belle donne eleganti. Tutte cose che nella miseria in cui vivevano i pastori e i contadini del Mezzogiorno era difficile trovare. Sono pochi i viaggi al Sud del Duce e quasi sempre limitati alle zone borghesi delle grandi città. La campagna da far vedere sui giornali era quella della mezzadria, dove il dittatore si metteva a mietere il grano per pochi minuti, non quella dei cafoni analfabeti che dormivano con l’unica capra o maiale in loro possesso.

Le contraddizioni dell’Italia fascista sono diverse da quelle della Milano di oggi, ma dei punti in comune li si può trovare. Soprattutto tra i due uomini forti in questione. Il sindaco meneghino Beppe Sala ha diversi punti in comune con Mussolini. Ovviamente parliamo di un uomo politico democratico, ora esponente dei Verdi, che non ha nulla a che vedere con la violenza squadrista, le invasioni militari, i gas chimici, le leggi razziali e le deportazioni. Siamo in democrazia, ma certi aspetti umani e politici di Mussolini li possiamo ritrovare in Sala.

L’ex city manager del capoluogo lombardo ama mostrare all’Europa in cui tanto crede alcuni aspetti di Milano, nascondendone altri. Come Mussolini voleva mostrarsi padrone assoluto di una potenza mondiale, così Sala vuole essere celebrato quale primo cittadino di una metropoli europea all’avanguardia.

Sala, come la maggior parte dei sindaci europei, si mostra aperto ai diritti civili e alle battaglie ambientali. Milano deve essere all’altezza di una Londra, di una Berlino o di una Amsterdam. Lo scrivono anche gli esponenti di una delle liste che lo appoggiano: Volt, partitino di figli di papà in overdose di europeismo made in Bruxelles. Il Duce voleva una grande Italia, Sala una grande Milano.

Sala ha i suoi quartieri cartolina da far vedere ai turisti: Brera, Citylife, Isola e Navigli. Si tratta di pezzi della città abitati principalmente dalla rampante borghesia (o da chi ha avuto la fortuna di ereditarne un appartamento), base elettorale del sindaco di centrosinistra. Qui ci sono pochi rifiuti in strada, si vedono pochi stranieri (se non colf e turisti) e tanta gente in bicicletta come fossimo in una capitale del Nord Europa. Grazie anche a un forte legame con alcuni immobiliaristi d’élite (leggasi palazzinari) come Manfredi Catella, Sala ha permesso la costruzione di nuovi palazzi per ricchi, favorendo la borghesia che lo vota e compattandola in quartieri vetrina che sono solo una parte di Milano.

Come il Duce faceva gli interessi del ceto medio cittadino (la tredicesima per gli impiegati di livello), così Sala favorisce i ceti medio alti. Forse entrambi hanno considerato come proprio popolo di riferimento solo quella parte con cui si ha qualcosa da spartire. Mussolini disprezzava operai e contadini, trovandosi molto più a suo agio tra la rampante borghesia cittadina; Sala probabilmente disprezza la gente di periferia e vede come unica Milano da considerare quella abitata da benestanti che curano dal veterinario il cane di razza o che vanno a far la spesa solo nei negozi bio.

C’è un’altra Milano a cui Sala non guarda. Questa finisce giusto sui cartelli della lista elettorale del sindaco per far vedere che il primo cittadino pensa anche a loro. Cosa che non fa. Lorenteggio, Gratosoglio, Vialba, Baggio, Corvetto, Calvairate, Niguarda e tanti altri. Qui il sindaco è assente, al limite manda un suo assessore, come nel caso dell’ex Macello di Milano, ora in parte occupato abusivamente da disperati e sbandati perlopiù stranieri. L’assessore all’urbanistica Pierfrancesco Maran ha lanciato promesse sul futuro dell’area che, a suo dire, diverrà un centro residenziale con affitti low cost per i giovani. Con le tante speculazioni edilizie in corso, a cominciare dagli ex scali ferroviari, è difficile credergli.

Sala ama i ricchi, come tanti italiani bombardati negli ultimi decenni da messaggi in cui chi ha successo (economico e non culturale) va idolatrato e imitato (nella stragrande maggioranza dei casi con scarsi esiti). Il sindaco parla a favore dei diritti Lgbt in contesti dove i temi sociali non fanno presa, dato che lì di poveri, di sfruttati e di precari non ce sono. Sala ama sfoggiare pedalate ecologiche, tanto care alla borghesia progressista. Come ogni uomo di successo economico che si rispetti (e come Mussolini), da qualche anno si mostra in pubblico in compagnia della sua fidanzata, attraente e ricca (si tratta di Chiara Bazoli, figlia del banchiere Giovanni).

Spiace vedere una sinistra assuefatta da quell’ideologia a cui ha contribuito con i suoi mass media anche Silvio Berlusconi. La sinistra borghese ormai è collusa con questa visione del mondo. Governa l’Italia con le destre, si spartisce il potere nella ricca Lombardia con loro (Regione a te, Comune a me) e viene incontro alle esigenze di una minoranza, purtroppo influente, che vive in zone della città al momento estranee al degrado.

Il degrado a Milano c’è. Centinaia di migliaia di abitanti milanesi lo vivono tutti i giorni. Sono cittadini che non hanno nulla di meno di quelli che piacciono alla giunta Sala, se non il portafogli. Mentre va alle fiere (finalmente tornate dopo i diversi lockdown) o mentre si fa fotografare con i calzini arcobaleno per compiacere l’universo Lgbt, il sindaco di Milano nasconde sotto il tappeto le criticità dei quartieri popolari: case Aler non assegnate, sacrifici per pagare affitti, mutui e spese condominiali, spazi culturali assenti e spazi verdi non tutelati. Il “ducetto” di Palazzo Marino continua a disprezzare le periferie, come Mussolini disprezzava le aree rurali del Sud. I milanesi delle periferie possono però avere gli strumenti culturali per bocciare l’operato dell’attuale sindaco.

TAG: Benito Mussolini, Beppe Sala, borghesia, Brera, Citylife, elezioni 2021, elezioni amministrative, elezioni Milano, Isola, Manfredi Catella, mercato immobiliare, Milano, Navigli, periferie, povertà, Sala, sinistra
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