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Corte d’appello di Roma: “Stato non può disinteressarsi di un detenuto”

| 3 Febbraio 2021 | ATTUALITÀ

“Lo Stato ha certamente il diritto di fare un prigioniero, ma non di disinteressarsene. Questo è il terreno del tutto trascurato, in cui una vicenda, dal punto di vista giudiziario banale (un arresto in tema di stupefacenti), volge in pochi giorni in tragedia”.

E’ quanto scrivono i giudici della corte d’appello di Roma nelle motivazioni della sentenza con cui il 14 novembre del 2019 hanno disposto una assoluzione e riconosciuto quattro prescrizioni per cinque medici dell’ospedale Sandro Pertini coinvolti nella vicenda di Stefano Cicchi, il geometra 31enne arrestato la sera del 15 ottobre 2009 e morto sette giorni dopo nel reparto di detenzione del nosocomio romano. Erano tutti accusati di omicidio colposo.

Una sentenza, scrivono i giudici nel documento di 69 pagine, “oramai sostanzialmente pletorica rispetto al caso, i cui termini di redazione delle motivazioni sono anche caduti nel drammatico periodo della vicenda Covid; un fallimento della giustizia, come sempre avviene allorché cada la mannaia della prescrizione ma anche un monito severo ed una occasione di riflessione per chiunque operi a contatto con i detenuti”.

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Detenuti che, sottolineano i giudici, non vanno “considerati un numero, ma esseri umani”, “esseri umani forse anche alle volte sgradevoli, eppure sempre doverosamente meritevoli, proprio in ragione del loro stato detentivo di una attenzione anche superiore a quella dedicata ad un uomo libero nella persona, la cui dignità non perdono mai, pena la regressione a tempi oscuri oramai trascorsi”, scrivono ancora i giudici.

“Cucchi – scrivono i giudici  – rappresentava indubbiamente un paziente di difficile approccio, probabilmente scarsamente disponibile all’interlocuzione, forse con venature antisociali, certamente oppositivo ed ancorato ad una caparbia ed infantile posizione di rifiuto dei trattamenti”, tuttavia “è troppo sbrigativo e troppo semplice affermare a questo punto che il paziente rifiutava le cure ed i trattamenti e quindi nulla può contestarsi ai sanitari”.

Per i giudici invece siamo in presenza di “un festival di insipienze che deve aver prodotto una reazione, definiamola puerilmente sdegnata, da parte di un soggetto verosimilmente già portatore di proprie fragilità. Di qui il passo è breve: lasciarsi andare, optare per il tanto peggio tanto meglio per far nascere nelle persone che si reputano intimamente responsabili del suo stato il senso di colpa”.

Il giovane inoltre “fu certamente sollecitato a nutrirsi e ad assumere bevande liquide, ma verosimilmente non ricevette mai né da alcuno una informazione adeguata, dettagliata e completa in merito alle sue condizioni cliniche, alle necessità di trattamento che esse comportavamo ed ai rischi cui andava in contro con il suo atteggiamento”.

“Un dato storico incontrovertibile è rappresentato dalla crisi cardiocircolatoria che ha condotto a morte Stefano Cucchi, una verità banale se vogliamo ma di una consistenza rocciosa” ma i medici del Pertini non valutarono in modo adeguato altri due fattori emersi dalla nuova perizia d’ufficio: “l’ipoglicemia e la bradicardia”, due “fattori d’allarme che avrebbero imposto cautela”.

Per i magistrati i medici “avrebbero potuto svolgere una efficace azione causale impeditiva dell’evento morte: il ripristino di una corretta assunzione di cibi e bevande, determinando in tal modo la regressione dei meccanismi patologici instauratisi (in quanto l’ipoglicemia e la bradicardia sono reversibili al ripristinare di una corretta alimentazione), e un monitoraggio seriato della funzione cardiaca onde potere intervenire tempestivamente per correggere le alterazioni del ritmo al loro manifestarsi”.

“La sentenza nei confronti dei medici, quella che ha concluso il primo processo ‘kafkiano’, nonostante sia basata su risultanze mediche falsate e deviate, come accertato dalle successive indagini fatte dalla procura di Roma e dai giudici della Corte d’Assise di Roma bis, ha comunque riconosciuto la multifattorialità della morte di Stefano”.

Lo afferma in un post su Facebook, Ilaria Cucchi. “Senza quel violentissimo pestaggio non sarebbe mai stato ricoverato al Pertini e non sarebbe morto tra atroci sofferenze. Non dimentichiamo che al momento del suo arresto era da poco uscito dalla palestra”, conclude la sorella del geometra morto nel 2009.

“La motivazione della sentenza restituisce dignità e onore alla dottoressa Corbi la cui immagine di medico è stata per tanti anni macchiata da una accusa infondata”, afferma l’avvocato Giovanni Luigi Guazzotti, difensore di Stefania Corbi, medico del ‘Sandro Pertini’ assolta dai giudici per non aver commesso il fatto.

“Il distinguo delle posizioni dei sanitari mette in risalto che Corbi ha fatto tutto quello che era possibile fare per salvare la vita di Stefano Cucchi. Dopo tanti anni viene riconosciuto che nessuna colpa professionale deve esserle addebitata”, conclude il penalista.

TAG: giustizia, sentenza, Stefano Cucchi
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