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Foibe: l’Eccidio silente

| 27 Luglio 2020 | POLITICA

Un momento, un evento storico che molti giornalisti ed importanti osservatori internazionali mai fino ad ora si erano trovati ad affrontare.

L’incontro, qualche giorno fa, tra il Presidente della Repubblica Italiana Mattarella e quello della Repubblica di Slovenia Borut Pahor, presso il Monumento della Foiba di Basovizza, sull’altipiano del Carso, a pochi chilometri da Trieste.

Un evento reso ancora più significativo dalla sincera partecipazione dei due Capi di Stato, culminato nel comune gesto di stringersi la mano, anche in un periodo in cui, viste le restrizioni, sarebbe bastato un approccio più misurato, per quanto intensamente vissuto.
Ancora più vivo e partecipato per il fatto che, mai prima d’ora, un Presidente di uno Stato facente parte dell’ex Jugoslavia, vi aveva preso parte.

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Un anniversario che ricorre annualmente, celebrato nel segno del ricordo, del dolore, della preghiera, del silenzio, sentito particolarmente dalle popolazioni che vivono queste terre della Venezia Giulia, dell’Istria, della Dalmazia, del Quarnero.

I prodromi delle stragi sono da ritrovarsi, durante il periodo bellico, nella creazione della zona d’operazioni del Litorale adriatico (Opertionszone Adriatisches Kustenland), dal settembre 1943, dopo l’armistizio di Cassibile, al maggio 1945 con la resa della Germania nazista.

Le province interessate furono quelle dell’attuale Friuli – Venezia Giulia, della Slovenia e della Croazia.

Province che subirono numerosi ed efferati episodi di rappresaglia negli anni convulsi della Guerra civile, culminati in rastrellamenti, esecuzioni sommarie, deportazioni da parte di militari tedeschi e uomini della Repubblica sociale.

Il primo maggio 1945 e per 40 giorni le truppe del Maresciallo Tito occuparono la città di Trieste. Si scatenò l’inferno.

Il terrore ebbe modo di ripetersi, il sangue della vendetta si calò la propria scure indiscriminatamente su colpevoli ed innocenti, in una spirale di odio cieca.
Le foibe, inghiottitoi tipici delle zone carsiche, rappresentarono il luogo fisico dove maggiormente si concentrarono questi sommari episodi di barbarie.

A distanza di quasi un secolo è dovere della coscienza comune e della memoria storica ripercorrere e ricordare quegli eventi.
È altresì, meritevole rendere omaggio a tragedie ben più conosciute, scolpite nel solco della memoria, la Shoah.

Ci si vien da chiedere, a questo punto, se è possibile trarre una lezione, o almeno, uno spunto di riflessioni da questi avvenimenti storici.

La Guerra con la lettera maiuscola e le guerre in genere, nascono dall’esigenza di dirimere controversie, comporre conflitti di interessi ideologici ed economici.
Sono più o meno lunghe: la Guerra dei Cent’anni, la più breve quella Anglo – Zanzibariana, durata 38 minuti (sic!).

Vi è che, al di là degli interessi rappresentati, delle istanze legittime o legittimanti, dalla più parte dell’opinione pubblica mondiale, la guerra è stata ritenuta sbagliata, ingiusta.
Il conflitto è potenzialmente riprovevole perché causa danni ingenti alle popolazioni, alla dignità di un popolo, al suo ricordo storico.

Esso sembrerebbe irrazionale, per quanto si possa pianificare o per quanto possa essere vantaggioso nelle intenzioni di chi vi partecipa.

Ovvero del partecipante unico, stante il carattere riconosciuto del concetto di interesse “unilaterale”, affermatosi nei recenti studi geopolitici.
Se la guerra è mancanza di ragione, quest’assenza è da ritrovarsi nel contrasto ragione – passione.

Secondo il filosofo inglese Hume “questa contrapposizione ragione – passione è comune a tutta la storia della Filosofia politica”.

“Questa non può esistere, perché la ragione non è in grado né di influenzare né di ostacolare le passioni; “la ragione è, e può essere solo schiava delle passioni”.
A tal proposito vedasi “Trattato sulla natura umana”, libro secondo. Quindi la passione, nell’eccezione latina, di derivazione greca, “pathos”, sofferto, sofferenza.

E ciò che è sofferto, pare, negli esempi, sfuggire a ciò che è voluto e, se ci spingiamo oltre, premeditato razionalmente.

Assolvere, però, l’uomo, in base al principio che esso, in quanto essere imperfetto ma perfettibile per ciò che ha commesso, non può essere in alcun modo accettato.
Le sue azioni, che esulano da un’attenta valutazione pro – contro, devono essere giudicate imparzialmente, con severità.

Il concetto di vittoria in una guerra, in una lotta quale che essa sia, invece, va di concerto con quanto esposto.

Dai tempi degli antichi romani, la guerra era simbolo di lotta, conquista, dominio, supremazia.

“Parcere subiectis et debellare superbos”, un vecchio adagio di Virgilio (Eneide VI),
consentiva un autoassolutorio bonus alle truppe dei Cesari, tolleranti coi sottomessi, inflessibili con chi si fosse ribellato.

La Storia ha insegnato che ci sono vinti e vincitori; per alcuni storici di varie estrazioni di pensiero, nessuno dei due.

Si ritiene che il Caos delle situazioni umane debba essere attentamente valutato solo se le sensibilità degli uomini sia attento alle vicende, alle cause, al periodo storico.
Ed in questo la Storia, “Magistra vitae”, ricomponga odii, ed alienanti divisioni contemporanee. A margine, una considerazione.

Per non dimenticare la tragedia delle foibe, ci si ricordi anche degli eccidi perpetrati nei secoli passati, e, volutamente taciuti, come, ad esempio, quello operato nella Russia post rivoluzionaria contro gli oppositori (20 milioni), il massacro degli Armeni (1,5 milioni), quello del Regime comunista cambogiano di Pol Pot (6 milioni), quello di Augusto Pinochet (40000), e, forse, assai poco di interesse collettivo, quello dei Nativi Americani (tra 70 e 115 milioni).

“Al vincitore nessuno chiederà mai conto di quello che ha fatto”. Adolf Hitler
“Chi si vendica dopo la vittoria è indegno di vincere”. Voltaire

TAG: foibe, Tito
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