giovedì, Agosto 13, 2020
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Braccio di ferro Usa-Iran, una partita da non giocare

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Il braccio di ferro Usa-Iran non si ferma. 

L’emergenza sanitaria delle ultime settimane ha solo rallentato l’attrito tra le 2 fazioni che mostra adesso le prime avvisaglie di cedimento.

Dopo sei mesi dall’uccisione del generale Qasem Soleimani, avvenuta lo scorso 3 gennaio, la procura di Teheran ha emesso un mandato di arresto per 36 persone.

Il primo nome sulla lista è quello del presidente americano Donald Trump mentre le restanti personalità sarebbero sia cittadini statunitensi sia di altri paesi.

La procura di Teheran dichiara inoltre di essersi rivolta all’Interpol chiedendo una “red notice”, un’allerta rossa, che possa condurre gli imputati all’arresto e all’estradizione.

Dal canto suo l’agenzia di polizia internazionale esclude la richiesta della capitale iraniana in quanto è “strettamente proibito qualsiasi intervento di natura politica, militare, religiosa o razziale”.

Nota che si legge nell’articolo 3 del suo statuto.

Il braccio di ferro Usa-Iran, una partita da(non)giocare

Terrorismo ed omicidio, queste le accuse spiega il procuratore generale della città.

Ali Algasimehr fa inoltre sapere che il provvedimento verso Trump continuerà anche dopo la fine del suo mandato.

Di tutt’altro avviso sembra essere il rappresentante speciale per la Casa Bianca dell’Iran, Brian Hook, che descrive l’azione della repubblica islamica un “trovata propagandistica che nessuno prenderà seriamente”.

Certamente l’ordine di arresto verso il presidente arriva in un momento delicato:

4 mesi prima delle elezioni, in un contesto di crisi sanitaria mondiale aggravato da ricadute economico-sociali non da poco.

Tassello importante della vicenda è l’accordo sul nucleare firmato nel 2015 e in scadenza ad ottobre. 

L’America vorrebbe che suddetto accordo venisse prorogato sine die mentre l’Iran rimarca la propria uscita dal patto già nel 2018, non prevede negoziazioni e si fa forte del sostegno di Cina e Russia.

In tale situazione l’uccisione di Soleimani è parsa uno scontro diretto.

Senza dimenticare che il generale era un “pezzo grosso” del governo iraniano:

personalità estremamente carismatica, capace di attrarre a sé folle di individui pronti adesso a perorare la causa della sua morte senza nessuno scrupolo.

Insomma, quella tra Usa e Iran sembrerebbe proprio una partita tutta da (non) giocare.


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