venerdì, Agosto 14, 2020
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‘Ndrangheta a Verona: 23 arresti, indagato Tosi

L'accusa è concorso in peculato.

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L’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi, è tra gli indagati nell’inchiesta della Dda di Venezia che ha portato a 26 misure cautelari, tra le quali 23 arresti, a carico di un’associazione criminale che agiva nel capoluogo scaligero, riconducibile alla cosca della ‘ndrangheta degli Arena-Nicosia di Isola Capo Rizzuto (Crotone).

I reati ipotizzati nell’inchiesta, a vario titolo, sono quelli di associazione mafiosa, truffa, riciclaggio, estorsione, traffico di droga, corruzione, turbata libertà degli incanti, trasferimento fraudolento di beni e fatture false.

Tosi, si apprende dalle carte dell’indagine, è invece accusato di concorso in peculato in relazione alla distrazione da parte dell’ex presidente della municipalizzata dei rifiuti Amia, Andrea Miglioranzi (ai domiciliari), di una somma “non inferiore a 5.000 euro” per pagare la fattura di un’agenzia di investigazioni privata, su prestazioni in realtà mai eseguite in favore di Amia, ma nell’interesse di Tosi.

Tosi, io totalmente estraneo – “Non ne so nulla, ne uscirò totalmente estraneo, come in tutte le altre occasioni. Da Sindaco sono sempre stato rigorosissimo nel mio mandato, tanto da non avere utilizzato per molti anni autisti e veicoli a carico del Comune pur avendone diritto, facendo risparmiare alle casse pubbliche decine di migliaia di euro”.

Lo dice l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi, in merito all’inchiesta sull’ndrangheta nella città scaligera che lo vede indagato. “Quindi la presente indagine nei miei riguardi (che mi risulta rivolta a tutt’altri aspetti e che anche stavolta apprendo dai mass media) – aggiunge – mi fa francamente sorridere”.

“Nel 2006 da Assessore Regionale – ricorda – subii addirittura una perquisizione domiciliare, salvo poi essere totalmente prosciolto: il magistrato di turno mi querelò per la mia replica piuttosto forte, il che mi costò migliaia di euro per aver proclamato e difeso la mia innocenza. Lo stesso copione si è ripetuto altre volte nel tempo, da ultimo nel 2014, ed il sottoscritto ne è uscito totalmente estraneo, tanto per cambiare. Pertanto ho moderato i toni della presente risposta, per evitare di essere querelato da qualche collega di Palamara, per il rispetto che provo nei confronti della Magistratura”.

L’inchiesta

In carcere sono finite 17 persone, 6 sono state poste agli arresti domiciliari e per 3 è stato disposto l’obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria. Le indagini sono state condotte tra il 2017 e il 2018 dagli investigatori della prima divisione del Servizio centrale operativo (Sco) della Polizia e dagli agenti delle Squadre mobili di Verona e Venezia.

L’inchiesta è ancora in corso ed oltre alle persone colpite da misure cautelari ci sono ulteriori indagati. Il boss che gestiva l’organizzazione è Antonio Gardino, detto Totareddu, uomo vicino alla cosca Arena-Nicosia.

Sono stati sequestrati 15 milioni di euro frutto di un’attività volta al riciclaggio ed allo spaccio di stupefacenti, con società fittizie che evadevano il Fisco e creavano provviste di denaro. Non un fenomeno mafioso tradizionale, ma organizzato con una rete di contatti nel territorio – come hanno sottolineato il procuratore di Venezia Bruno Cherchi e Francesco Messina, dell’Anticrimine – che ha coinvolto la municipalizzata veronese Amia per lo smaltimento dei rifiuti, che faceva circolare denaro, corsi di formazione, con due dirigenti che sono tra gli indagati.

Il denaro gestito nel Veronese giungeva dalla Calabria e veniva riciclato per lo più attraverso imprese edili, portando ai reati di riciclaggio, estorsione ed evasione fiscale.


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