Tennis, l’uragano Medvedev trionfa a Shanghai

Siamo vicini al Momento della Next Generation?

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di Giacomo Sidran

Se dovessimo dare un rapido sguardo al tennis maschile in questa parte della stagione, risulterebbe impossibile non parlare di Daniil Medvedev.

Il russo, che domenica scorsa ha sconfitto Alexander Zverev nell’ultimo atto dell’Open di Shanghai con il punteggio di 6-4 6-1, è sicuramente il tennista più in forma del momento.
Degli ultimi sei tornei che ha disputato, sono infatti sei le finali raggiunte consecutivamente, tra cui la gloriosa maratona in cinque set contro Rafael Nadal agli US Open, terminata con una faticosissima vittoria a favore dello spagnolo, e ben tre i trionfi (Cincinnati, San Pietroburgo e Shanghai), che, sommati alla conquista dell’Atp di Sofia di inizio stagione, rendono Medvedev uno dei giocatori più vincenti del 2019.

Ciò che del giovane russo, classe 1996, colpisce maggiormente sono la determinazione, la concentrazione e la costanza con cui porta avanti i suoi colpi. Dotato di un grande servizio, di un’impeccabile solidità da fondo campo e di una velocità fisica capace di raggiungere ogni angolo del rettangolo di gioco, Medvedev è un avversario veramente difficile da
combattere. Non cede mai un centimetro o un singolo punto e può trasformare un’apparente situazione di pericolo in un’impostazione di attacco.

Le sue accelerazioni, soprattutto con il diritto, sono complicate da prevedere e le sue manifestazioni di tenacia, agonismo ed intensità, gestite con una freddezza quasi
inumana, sono in grado di sfiancare e logorare qualsiasi rivale. Alexander Zverev, nelle interviste post-match a Shanghai dichiarerà infatti che “Daniil gioca un tennis che non abbiamo mai visto in passato. Forse, in apparenza, non ha grandi colpi vincenti, ma certamente ha uno stile e un modo di giocare inconfondibile. Ora è un giocatore diverso rispetto a prima. È migliorato tanto.” E ancora, “Daniil gioca colpi molto piatti che non sono facili da controllare. Contro di lui è difficile esprimere un tennis aggressivo. Dalla tv, a volte, sembra che i giocatori non siano sufficientemente aggressivi contro di lui. In realtà è lui stesso che con il suo tipo di tennis non lo permette”.

E forse è proprio da queste parole del tedesco che dovremmo partire per un’analisi sia di Medvedev sia, più in generale, della condizione generazionale in cui riversa il tennis nei giorni nostri. È noto a tutti, infatti, come ormai da oltre quindici anni il dominio di questo sport appartenga esclusivamente a Federer, Nadal e Djokovic. I tre, insieme, hanno vinto come mai nessuno nell’era Open e hanno regnato al primo posto della classifica per periodi lunghissimi, con la sola eccezionale intromissione di Andy Murray. Al tempo stesso, però, questo dominio non è destinato a durare in eterno, se non altro per fattori di tipo anagrafico: Federer ha 38 anni, Nadal ne ha 33 e Djokovic 32.

Sono sempre i tre campioni, però, ad aggiudicarsi i titoli più prestigiosi, ovvero Slam e Master 1000, e pertanto l’egemonia non è ancora stata abbattuta e non si è inverato alcun ricambio generazionale. Sebbene di anno in anno la schiera di giovani e giovanissimi che iniziano a competere nel tennis che conta si stia considerevolmente allargando, e qui basta nominare atleti come il già citato Medvedev, come Zverev, Tsitsipas, Chačanov, l’italiano Matteo Berrettini, Auger-Aliassime, Ćorić, De Minaur, Kyrgios, Fritz, Rublev e Shapovalov, tutti, attualmente, nella top 50 del Ranking Atp, è vero anche che nessuno di questi talenti ha ancora trionfato in uno slam o comunque dimostrato una reale costanza nelle competizioni più significative, scalzando dal trono i Big Three.

Si è comunque creata una grandissima attenzione da parte dei media attorno a questi ragazzi, che sono stati raccolti sotto l’appellativo di “Next Gen”, ovvero Next Generation, la Nuova Generazione. Sì, perché la gente, dopo un’era gloriosa in cui Rafa, Nole e Roger hanno dato vita ad alcune battaglie tra le più epiche della Storia del Tennis, ora vuole il Nuovo, ne sente quasi l’esigenza fisica. E così nascono competizioni come le Next Generation ATP Finals (la 1° edizione risale al 2017), che si svolgono non a caso nella nostra Milano, città europea tra le più innovative ed al passo con i tempi. Le Finlas presentano una struttura ed un regolamento del tutto particolari e sono un modo, a mio dire assolutamente azzeccato, per generare rumour e discussione circa i nuovi talenti emergenti.

Forse, delle volte, simili costruzioni e pressioni mediatiche sanno essere troppo forti ed aggressive e tendono ad esasperare i successi e le sconfitte dei più giovani, ma oramai sono tutti fatti a cui tennisti ed appassionati sono abituati. Anzi, una volta integrate come nuove interpretazioni analitiche, possono fungere da motore ed ispirazione per una conquista delll’egemonia che sia collettiva, di gruppo, generazionale, appunto, perché sempre più forte è il desiderio di novità, di nuovi volti, di nuove personalità, di nuove storie e di nuove emozioni. Siamo dunque vicini al Momento della Next Generation?
“Chi lo sa, è ancora tutto da vedere,” rispondono i più scettici ma al contempo speranzosi.
“No, per almeno altri due anni continueranno a vincere i soliti tre”, ribadiscono i conservatori. “Agli Australian Open del 2020 trionferà un Next Gen”, dichiarano gli entusiasti.

Io, personalmente, rientro nella prima categoria di appassionati, quelli scettici ma al contempo speranzosi e fiduciosi in un futuro radioso e pieno di sorprese. Il Momento sta arrivando, me lo sento. Molti giovani stanno esprimendo un tennis incredibile, ma per abbattere il dominio di Federer, Nadal e Djokovic la strada è molto più complicata di quanto possa sembrare.

Certo è che la stagione di Medvedev, per tornare da dove siamo partiti, rimane un unicum negli ultimi anni di tennis. Bisogna tornare all’estate del 1995, quando Agassi riuscì a centrare quattro finali consecutive sul cemento americano, per trovare qualcosa di simile.
Alte sono le aspettative sul talento di Mosca e tutti gli occhi adesso sono su di lui, ma una situazione così delicata sembra essere gestita con la massima calma ed in piena scioltezza.
Dopo ogni vittoria e al termine di ogni battaglia, sul volto dell’atleta russo non intravediamo che un accenno di sorriso ed un esternarsi di soddisfazione minimo ed assolutamente controllato.

Il cammino è ancora lungo ed insidioso, e Medvedev, dimostrando di essere umile e molto maturo, sembra saperlo meglio di chiunque altro. La sua tenacia taciturna, la sua personalità non troppo originale od enfatica e i suoi colpi senz’altro efficaci ma non così spettacolari, fanno di Medvedev un tennista non propriamente “rumoroso”, ma silenziosamente vincente, e, forse, questo è un bene. Come scrive Italo Calvino in ‘Il barone rampante’, “le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o
addirittura meschino”. Stiamo a vedere che cosa il futuro avrà in serbo per noi.