La crisi della pesca italiana: Lo sfogo degli armatori ,tra imposizioni UE e concorrenza estera il settore è sull’orlo del precipizio.

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Sempre più difficile la situazione di uno dei comparti produttivi più importanti della penisola italiana. Stiamo parlando della pesca che in Italia in base alle stime UE sul rapporto annuale delle risorse economiche nazionali nei paesi dell’Unione impiega 47.000 posti di lavoro di cui il 69% nella risorsa primaria, il 12% nell’acqua coltura, il 14% nel settore della trasformazione e il restante 4% nelle attività connesse. 

La Sicilia occupa il primo posto nel settore della pesca che impiega il 22% del capitale umano seguita a ruota dalla Puglia con il 14% delle risorse impiegate e dalle altre marinerie concentrate nell’Adriatico come Veneto, Marche,Emilia Romagna queste ultime con un impiego delle risorse che oscilla tra il 6 e l’8% . Fanalino di coda l’Abruzzo con il 4%mentre il resto delle regioni esprime in percentuali un impiego delle risorse pari al 3% . Una mole di dati che ci fa riflettere per quanto riguarda l’incidenza di questa importante risorsa sul Pil in Italia che è pari ad un +0,2% nel primo trimestre del 2019 insieme alle variazioni congiunturali del settore agricolo( altro grande dilemma per l’Italia e per la UE) dati secondo gli esperti confortanti che amplificano quel  pomposo grido di vittoria in merito ai segnali seppur lievi di ripresa che fanno pensare(ma non è così) ad una lenta e graduale uscita dalla regressione che ha colpito l’economia italiana.

Nell’ultimo decennio la normativa Ue ha paralizzato l’operatività delle flotte relative alla quantità del pescato(vedi quote tonno rosso dove l’Italia e l’unico paese ad aver ripartito le quote tra i pescherecci) e alla revisione dei terminali delle reti a strascico che prevedono l’allargamento delle maglie a tutela della riproduzione delle varietà nasello e triglie rosse. Da considerare l’ultima stangata della UE in merito al divieto di pesca in tre zone localizzate nel Canale di Sicilia , un provvedimento secondo gli addetti ai lavori che ha ulteriormente messo in serie difficoltà il già compromesso settore di quella pesca che un tempo era il motore trainante delle economie del Meridione.

Se da un lato aumentano i consumi per quanto riguarda i prodotti ittici, dallaltro lato bisogna fare i conti con i dati derivanti dalle importazioni dei prodotti Ittici dove si registra un forte aumento dei consumi direttamente proporzionale alle importazioni di pesce proveniente dall’estero. Un dato preoccupante che mette in ginocchio la pesca italiana alle prese non solo con le restrittive norme imposte dalla UE ma con un calo della quantità di pescato che sta dando ulteriore slancio alle realtà commerciali del Sud Est asiatico e Europee in continua espansione e che guardano con fiducia ai mercati dell’Unione Europea.

L’italiano quindi ha dimenticato il pesce tipico dell’area mediterranea? Secondo le stime tradotte dall’ISMEA la cattura del polpo è diminuita del 30% e questo ha creato ripercussioni sulla quantità offerta nei mercati italiani al punto da costringere gli operatori a soddisfare le richieste mediante l’importazione dall’estero dove i competitor nell’arco del triennio che va dal 2016 fino al 2019 hanno aumentato la capacità di esportazione di prodotti ittici congelati che è pari al 49% per quanto riguarda l’importazione di seppie,calamari, polpi e dove ad occupare un ruolo preminente sono la Spagna(22,6%) , seguita da India (15%), Thailandia(10,7%) e Cina(9,1%).

Se a questi dati aggiungiamo anche l’importazione di prodotti freschi dalle vicine Norvegia, Svezia e Olanda per quanto riguarda altre varietà di pesce con un percentile pari al 35% e che riguarda tipologie di pescato come il Salmone, i Merluzzi e Gamberi i giochi sono fatti. Ma la vera spada di Damocle è rappresentata dalle pesanti norme restrittive che hanno previsto il taglio delle quote tonno in Italia e la restrizione della maglie sulle reti da pesca che non consente la cattura della taglia minima.

Da un lato misure che prevedono la salvaguardia della fauna marina, dall’altro lato questi provvedimenti hanno messo in serie difficoltà la piccola pesca fino a raggiungere anche le flotte d’altura con la normativa di interdizione di tre zone di pesca individuate nel Canale di Sicilia come acque attigue per la riproduzione della fauna marina a Est del “Banco Avventura”, a Ovest del Bacino di Gela e a Est del Banco di Malta (Regolamento UE nr 2019/982 che ha modificato il regolamento 1342/2011 con l’aggiunta dell’articolo 9 bis).

Norme, aggiornamenti e imposizioni che anno dopo anno e giorno dopo giorno stanno mettendo in ginocchio l’intero comparto produttivo della pesca italiana. Dall’Adriatico, al Tirreno, fino al versante ionico le marinerie siciliane si ritrovano con la flotta attraccata alle banchine di ormeggio e con l’ennesima protesta nelle principali sedi amministrative.

Abbiamo fatto tutto quello che era necessario nell’arco di una vita-afferma attraverso i social  Dilvo Cavallarin capitano marittimo del Nord Adriatico  e armatore classe 1952-abbiamo investito parecchio con la mia famiglia per avere un futuro. Prima si stava bene, si andava al al lavoro con il tempo cattivo e si guadagnava. Ora ci ritroviamo alle prese con un economia di mercato sempre più orientata a promuovere il pescato estero. Oltre a questa spietata e sleale concorrenza  dobbiamo far fronte ai continui aumenti dei costi di gestione e alle norme restrittive della UE che invece di tutelarci ci costringe a fermare le nostre barche. Non vedo un futuro per mio figlio”.

Dal Nord Adriatico, allo Ionio, fino al Canale di Sicilia circumnavigando la penisola Italiana,assistiamo ad una crisi senza precedenti del comparto pesca e se da un lato gli animalisti lanciano l’allarme sulla salvaguardia  della fauna marina,dall’altro gli antichi pescatori gridano al rischio estinzione del loro mestiere. In ultima analisi sembra che in Italia, al di là del grido sovranista e populista, di troppa Europa si muore.