Revenge porn e Codice Rosso: un primo significativo passo avanti

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Attimi di passione, momenti di coinvolgimento e attrazione. Poi quella magia svanisce e quei frammenti di intimità, filmati o fotografati con un banale telefono cellulare, diventano oggetto di ricatto. È quello che comunemente viene definito “revenge porn”, ricatto sessuale.

I casi sono molti di più di quanto non testimonino le cronache; le vittime entrano in un vortice senza uscita e spesso l’unico modo per liberarsene è il suicidio. Questo perché i video finiscono spesso in rete, girano nelle chat, alla velocità dei frammenti in una esplosione. Il Tribunale di Roma, nella Sentenza del 3 dicembre 2015, n. 23771, ha riaffermato, sulla scia delle sentenze della Corte di Giustizia Europea, il sacrosanto diritto all’oblio.

La possibilità, in sostanza, di riaffermare la peculiare espressione del diritto alla riservatezza, che legittima ogni utente ad intervenire affinché i motori di ricerca rimuovano siti e link che risultino lesivi della reputazione o che mettano in pericolo l’esigenza costituzionalmente garantita della riservatezza. Espressione che non fa una piega ma che si scontra con un’immane difficoltà.

Immaginate di prendere un foglio di carta, strapparlo in mille pezzi per poi lanciarlo fuori dal finestrino di una macchina in corsa. Provate a tornare dopo qualche giorno in quello stesso posto cercando di recuperare tutti i pezzetti di carta per rincollarli. Ecco, praticamente impossibile, o quasi, come cercare di togliere definitivamente un video postato in rete. Il fatto che la rete internet venga considerata da alcuni soggetti come terra di nessuno e ci si detta scontare spesso con giganti sovranazionale (come i motori di ricerca), non deve essere un alibi per non mettere in campo tutte le energie possibili e tentare ogni sforzo.

Quello della prevenzione e dell’inasprimento delle pene è un primo fondamentale passo. Fino a poco tempo fa una denuncia del genere sarebbe arrivata sul tavolo del Pubblico Ministero nei canonici tempi biblici. Ora grazie al nuovo Codice Rosso invece, una denuncia per violenza domestica o reati di questo genere deve arrivare al Pubblico Ministero non oltre le 72 ore, seguendo una corsia preferenziale.

Oggi, chi diffonde in rete immagini che erano destinate a restare private, rischia da uno a sei anni di carcere e una multa da 5 a 15mila euro. Il Codice rosso ha introdotto un nuovo reato, quello appunto relativo al revenge porn: la diffusione di immagini o video intimi senza il consenso degli interessati.

È una battaglia di civiltà, la presa di coscienza che esiste ancora una nostra sfera privata, non solo di intimità ma anche di sentimenti, nella quale la rete non può e non deve entrare. Il primo passo però sarà quello di riaffermare un principio basilare, che la rete internet è al nostro servizio e non viceversa.