Come ti definisci?

In che termini ti definisci? Quali termini ti descrivono? Quali etichette ci portiamo dietro dalla nostra vita passata? Certi termini, aggettivi o nomi, a cui siamo in qualche modo legati, non sono di per sè negativi, ma dannoso è invece l'uso che se ne fa. Vediamo perché mettersi un'etichetta ci impedisce di crescere e di vivere la vita che vorremmo.

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Tutti noi abbiamo dei termini che ci descrivono, aggettivi o nomi che parlano di noi, e tanto. Sono delle piccole etichette che ci hanno accompagnato per una vita, parole dei nostri genitori o dei nonni, del fratello maggiore o della sorella o di quell’insegnante di tanti anni fa,  ma che ancora risuonano, forti e prepotenti, dentro di noi. Sono come riposte in un cassetto e ogni tanto andiamo a prenderne una a seconda del momento che stiamo vivendo. Sono dei cartellini con scritto “Sono timido”, “Sono pigro”, “Non sono portato per la matematica”, “Non so disegnare”, ecc. Ce ne possono essere tante, positive e negative, ma oggi prenderemo in esame solo quelle negative e vedremo perché rappresentano un deterrente per la crescita.

Autodefinirsi può essere una giustificazione a rimanere così come siamo e a non cambiare. Kierkegaard diceva “Mettetemi un’etichetta e mi avrete annullato”. Autodefinirsi porta a una serie di costruzioni mentali, di cui le più famose sono:

-Sono sempre stato così

-Questo sono io

– Non posso farci nulla

-È nella mia natura

Ogni volta che ci troviamo a ripetere queste frasi stiamo dicendo a noi stessi e all’altro che intendiamo continuare ad essere come siamo sempre stati. Allora soffermiamoci a capire quali di queste etichette ci ostacolano nel nostro cammino e ci impediscono di raggiungere risultati desiderati.

Vediamo prima di tutto da dove arrivano queste etichette e cosa possiamo fare invece per cambiare.

Wayne Dyer, psicologo statunitense, sosteneva che le autoconnotazioni sono di due tipi: quelle che ci hanno messo gli altri, come genitori, insegnanti, amici di famiglia, ecc. e quelle che invece abbiamo scelto noi di metterci per evitare attività spiacevoli. Esse, sia che appartengano alla prima categoria che alla seconda, non sono altro che dei comportamenti di fuga che noi mettiamo in atto. Inoltre  creano un circolo vizioso da cui è estremamente difficile uscire. Ad esempio, se un ragazzo va ad una festa ripetendosi di essere timido perché è sempre stato così , allora si comporterà in modo da confermare l’idea che ha di sé. Non si avvicinerà alle ragazze, non parlerà con nessuno tutta la sera, ecc., perché convinto di essere solo così .

Ma come possiamo liberarci di queste etichette?

Ecco tre strategie utili:

– Sostituire “Io sono fatto cosi” con “Fino ad oggi ho scelto di essere cosi”, lasciando aperta una possibilità di cambiamento e ricordando a noi stessi che noi siamo il frutto delle nostre scelte.

– Tenere un diario in cui annotare quando ci mettiamo queste etichette e in quale stato d’animo, per una settimana, cercando di diminuirne pian piano la frequenza.

-Scoprire quali sono le etichette  che usiamo di più e dedichiamo un pó del nostro tempo a capire quanto c’è di vero, sperimentandoci ad esempio in attività contrarie . Dedicare un intero pomeriggio a qualcosa di nuovo. Dopo essere stato immerso per ore in una nuova attività, che in passato abbiamo sempre evitato, vediamo se è ancora valida l’etichetta che ci mettevamo.

“La natura umana non esiste”, afferma Dyer , “serve solo ad incasellare le persone e inventare scuse”.  Tornando alla domanda iniziale, “Come ti definisci?”, proviamo a metterci etichette nuove, completamente diverse da quelle che ci hanno messo nel passato. Quelle vecchie, noiose, abbandoniamole, ci impediscono di condurre una vita ricca come invece potrebbe essere. Scopriamoci diversi. Andiamo incontro al nuovo che ci aspetta, accogliamolo e vedremo nuove parti di noi sbocciare come fiori in primavera!

Vediamo ora