Emergenza inquinamento da antibiotici nei fiumi, 300 volte oltre i limiti

809

L’inquinamento ha un costo: in termini sociali e ambientali, ma anche in termini economici. Resta da vedere quando sarà considerato “economicamente razionale” smettere di inquinare le nostre risorse idriche e cominciare a rispettare il pianeta in cui viviamo.

I farmaci che si trovano comunemente nell’ambiente inquinano i fiumi, con impatti sconosciuti sulla vita acquatica e la qualità dell’acqua. Uno studio dell’università di New York che sarà presentato al meeting della Society of Environmental Toxicology and Chemistry ad Helsinki, mette i brividi: cresce l’emergenza inquinamento da antibiotici nei fiumi di tutto il mondo che in qualche caso superano i livelli di sicurezza di oltre 300 volte. Sono stati testati i fiumi di 72 paesi in sei continenti e gli antibiotici sono stati trovati nel 65% dei siti monitorati, compresi fiumi ‘storici’ come il Mekong o il Tamigi.

Gli autori hanno spedito in tutto il mondo 92 kit di prelievo, chiedendo a ricercatori locali di fare più campionamenti in diversi siti lungo i fiumi e analizzandoli poi per i 14 antibiotici principali. La ‘palma’ di fiume più inquinato va ad un sito in Bangladesh in cui il Metronidazolo, usato principalmente per alcune infezioni batteriche della pelle e della bocca, aveva un livello 300 volte maggiore rispetto a quello considerato di sicurezza. “I limiti di sicurezza sono superati prevalentemente in Asia e Africa – spiegano gli autori -, ma anche in Europa e in America ci sono livelli di contaminazione preoccupanti, il problema è globale”.

L’antibiotico più trovato è stato il trimetroprim, che si usa per le infezioni urinarie e che era presente in 307 dei 711 siti testati. La ciprofloxacina è invece il farmaco fra quelli monitorati che supera più volte i livelli di sicurezza, in 51 campioni. Le situazioni peggiori sono state trovate in Bangladesh, Kenya, Ghana, Pakistan e Nigeria, mentre in Europa un sito in Austria è quello risultato più inquinato. Il Tamigi ha una concentrazione totale di antibiotici di 233 nanogrammi per litro, spiegano gli autori, mentre in Bangladesh è 170 volte superiore.

I siti più inquinati sono di solito vicino a impianti di trattamento dei rifiuti o in zone instabili dal punto di vista della sicurezza. “Molti scienziati ora riconoscono il ruolo dell’ambiente nello sviluppo della resistenza agli antibiotici – spiega Alistair Boxall, uno degli autori -. I nostri dati dimostrano che la contaminazione dei fiumi può essere uno dei veicoli”.

La gestione delle risorse del futuro, sopratutto acqua e cibo, è l’argomento di importanza internazionale per eccellenza. La soluzione rapida è la pulizia, quella efficace è il controllo da parte delle autorità, ma il vero punto d’arrivo dovrebbe essere la consapevolezza del fatto che quando inquiniamo l’acqua e il suolo stiamo prima di tutto inquinando noi stessi. Per quanto sembri banale e ingenuo, questo fatto continua ad essere quasi completamente ignorato dagli esseri umani.

Andiamo ad analizzare alcuni fiumi: il Sarno è il fiume più inquinato d’Italia, nonché uno dei peggiori in Europa. In un torrente che scorre per soli ventiquattro chilometri nelle campagne a cavallo tra le province di Napoli, Salerno e Avellino, sono state scaricate tonnellate di metalli pesanti e scorie, tra cui cromo e tetracloroetilene (oltre all’ovvia immondizia quotidiana). Il destino del fiume Marilao, nelle Filippine, somiglia pericolosamente a quello del Sarno (o dovremmo dire il contrario?).

Il fiume scarica nella baia di Manila diversi rifiuti provenienti dalle industrie minerarie e tessili, ed è talmente inquinato da non contenere quasi più ossigeno. La Neva (da leggere con l’accento al fondo) è la spina dorsale della regione di Pietroburgo. Scorre dal Lago Ladoga al Golfo di Finlandia e la “città degli zar” è proprio alla sua foce. Fino agli anni ’80, circa 80.000 tonnellate di rame, zinco, manganese e nitriti venivano scaricate ogni anno nel fiume, per non parlare dei diversi incidenti che hanno portato a sversamenti di petrolio nelle sue acque.

Negli anni 2000 è iniziata una campagna di depurazione, ma nel 2010 Greenpeace ha denunciato la mancanza di attenzione verso i vari tributari e affluenti della Neva, che sono tuttora intossicati da metalli pesanti, ftalati e policlorobifenili (materiali dalla tossicità persistente, utilizzati come fluidi per grandi condensatori e trasformatori elettrici). A cavallo tra il XIX e il XX secolo l’inquinamento del fiume Cuyahoga River negli Usa, veniva considerato un male necessario dello sviluppo dai cittadini di Cleveland.

Nonostante il poetico nome irochese che significa “fiume tortuoso”, il Cuyahoga è più noto per essere “il fiume che brucia”. A partire dal 1868 e per circa un secolo sono stati riportati almeno tredici incendi, causati dalla combustione di immondizia urbana, rifiuti industriali e agenti chimici. Nel 1969 un incendio particolarmente devastante stimolò la cittadinanza a riprendere il controllo sull’inquinamento della zona e portò infine alla creazione della United States Environmental Protection Agency (la famosa EPA, citata anche dai Simpson).

Oggi il fiume è sottoposto a controlli periodici e diverse specie di pesci sono tornate a viverci, ma l’inquinamento è ancora presente. Più di cinque milioni di persone vivono nel bacino del fiume Citarum in Indonesia che attraversa la grande isola di Giava, garantendo lo sviluppo agricolo, industriale e la pesca nella zona. Il suo colore è nero ed è talmente pieno di rifiuti di ogni genere che è difficile distinguere l’acqua se lo si guarda dall’alto: è considerato da molti esperti il fiume più inquinato al mondo.

Alcuni studi hanno dimostrato che la percentuale di piombo nel Citarum è 1.000 volte quella consentita dagli standard EPA negli Stati Uniti (vedi sopra). La deforestazione dei terreni circostanti ha accelerato l’erosione del bacino, rallentando il flusso dell’acqua e aumentando così la stagnazione dei rifiuti. Sfruttando la situazione, molti pescatori si sono reinventati spazzini: un chilo di plastica viene pagato circa 10 centesimi di euro.

A causa di questa stagnazione, durante la stagione secca il fiume esala fumi tossici che possono causare svenimenti (i problemi sanitari e igienici causano circa 50.000 morti all’anno in Indonesia). Nel 2008 l’Asian Development Bank ha prestato 500 milioni di dollari al governo indonesiano per iniziare la depurazione e la raccolta dei rifiuti, ma nel 2011 i costi totali sono stati ricalcolati a 4 miliardi di dollari, da stanziare per un programma di 15 anni. Nel frattempo, la città di Jakarta continua ad attingere l’80% della propria acqua potabile dal Citarum e dal canale Tarum.