Belt and Road Iniative, l’Italia rischia di cadere nella trappola del debito cinese?

L'adesione dell'Italia alla Belt and Road Iniative (Bri) del governo cinese è ormai cosa certa ma alcuni paesi che vi hanno aderito rischiano di cadere nella cosiddetta trappola del debito. È possibile che ciò possa accadere anche al nostro paese?

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La firma del memorandum d’intesa attraverso cui il governo italiano aderirebbe alla Belt and Road Iniative (Bri) del presidente cinese Xi Jinping è ormai cosa certa. Il memorandum potrebbe essere firmato già nei prossimi giorni, durante la visita di Xi in Italia, oppure il prossimo mese in occasione del Belt and Road Forum che si terrà a Pechino.

La Bri, colloquialmente nota come progetto delle nuove vie della seta, consiste essenzialmente, com’è ormai stranoto, in un insieme di poderosi progetti infrastrutturali di vario tipo che dovrebbe collegare, attraverso numerose rotte commerciali marittime e terrestri, la Cina all’Europa, ovvero le due estremità del continente eurasiatico, aumentando in primis la cooperazione economica e infrastrutturale tra la Cina e le aree limitrofe.

L’Italia ha storicamente svolto un ruolo cruciale nei commerci tra l’Europa e l’Oriente. Immersa nel mezzo del Mediterraneo ma con il nord incastrato nel centro dell’Europa, la penisola italiana rappresenta da sempre il naturale punto di attracco per le merci che transitano nel Mediterraneo con destinazione l’Europa. Nel XXI secolo, con la Repubblica Popolare Cinese determinata ad accrescere la sua presenza a livello globale anche attraverso il macroprogetto infrastrutturale delle nuove vie della seta, l’Italia può nuovamente trarre vantaggio dalla sua posizione geografica come ha già fatto più volte nel corso della storia.

Oggettivamente, la Bri presenta opportunità di non poco conto per il nostro paese. I cinesi sono interessati ai nostri porti, specie quelli del Nord, in quanto papabili punti di arrivo della cosiddetta Via della Seta Marittima del XXI Secolo. Bisogna però stare attenti a non farsi accecare dalle invitanti opportunità che questo progetto presenta poiché c’è il rischio che infine gli svantaggi superino i vantaggi. Al di là della questione relativa al posizionamento dell’Italia sullo scacchiere internazionale, che è ovviamente scontato, con il battibecco tra le grandi potenze di Stati Uniti e Cina che hanno inscenato la contesa verbale per la provincia italiana, la realizzazione dei progetti infrastrutturali connessi alla Bri in Asia, Africa ed Europa ha fatto emergere i rischi concreti che si celano dietro all’ambizioso progetto del governo cinese.

Nell’articolo precedente sulla Bri abbiamo parlato della cosiddetta trappola del debito che si verifica quando un paese grande e dotato finanziariamente fa credito a un paese più piccolo e mediamente povero il quale, incapace di ripagare il debito, finisce nell’orbita del paese creditore rischiando di subire ritorsioni e imposizioni da parte di quest’ultimo. Secondo un rapporto dell’anno scorso redatto dal Center for Global Development (Cgd) di Washington D.C. i paesi coinvolti nella Bri che sono ad “alto rischio” di cadere nella trappola del debito sono otto: Gibuti; Mongolia; Kirghizistan; Tagikistan; Laos; Pakistan; Maldive e Montenegro. Altri soffrono di un “rischio significativo” tra i quali vi sono paesi europei come l’Albania, la Bosnia-Erzegovina, l’Ucraina e la Bielorussia.

Ora, la domanda è: considerando la cattiva salute dei conti pubblici nostrani, partecipando alla Bri l’Italia rischia di cadere nella trappola del debito cinese?

Premesso che questa domanda potrà avere una risposta certa solo quando si conosceranno nel dettaglio i progetti che i cinesi hanno in serbo per il nostro paese, la risposta molto probabilmente è no. È vero che alcuni paesi che hanno aderito alla Bri rischiano di cadere nella trappola del debito ma è altrettanto vero che tutti quei paesi non sono minimamente paragonabili all’Italia in termini di caratura economica. Si tratta di paesi piccoli, poco popolosi (eccetto il Pakistan) e poveri se confrontati all’Italia. Il nostro è uno dei paesi più ricchi del mondo, membro del G7, fondatore dell’Unione Europea, con un’economia che, nonostante la bassa crescita degli ultimi decenni e le deficienze strutturali, è solida, ricca e diversificata e che in ogni caso non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di quei paesi che rischiano di cadere nella trappola del debito cinese.

Inoltre, non bisogna dimenticare che l’Italia è membro della Nato, da settant’anni componente della famiglia occidentale, nonché pedina fondamentale dell’ordine internazionale americano. Questi fattori lasciano supporre che un eccessivo flusso di investimenti e finanziamenti cinesi in Italia verrebbe duramente osteggiato dagli Stati Uniti. Ciò è molto plausibile considerando che l’amministrazione americana ha già fatto sentire la sua voce nel momento in cui è stato reso noto che l’Italia era vicina a firmare il memorandum d’intesa per aderire alla Bri. Se Washington si oppone alla firma del memorandum figuriamoci cosa farebbe nel momento in cui i cinesi iniziassero a finanziare massicciamente opere infrastrutturali in Italia. Il nostro paese è saldamente nell’orbita americana ed è troppo importante per gli Stati Uniti: Washington non permetterà che Roma scivoli sotto l’ala di Pechino.

Oltre alla robustezza dell’economia italiana, lo stretto rapporto tra il nostro paese e gli Stati Uniti, che vedono nella Cina un avversario strategico in grado di minacciare la loro egemonia globale, si configura quindi come il secondo fattore che dovrebbe escludere definitivamente che l’Italia cada nella trappola del debito cinese.

Ad ogni modo, come già detto, tale questione potrà essere meglio argomentata solo quando l’Italia avrà ufficialmente aderito alla Bri e si sapranno nel dettaglio i piani infrastrutturali che i cinesi intendono realizzare nel nostro paese.