Intro
elettronico e di telecomunicazioni, è stato ai vertici del management digitale del gruppo Telecom, poi di Poste Italiane ed anche dell’intero Paese, quando venne nominato Direttore Generale dell’Agid (Agenzia per l’Italia Digitale) per guidare l’Italia sul cammino dell’innovazione. Appartiene a quel gruppo di manager che operano sulla complessa e lunga filiera digitale con un approccio industriale senza farsi prendere dal fascino dell’ultimo cluster di questo mondo, tanto enornemente visibile perchè sovvrastrutturale, quanto impossibile senza le infrastrutture, gii apparati, le reti trasmissive, le backbones e tutto il resto. Diciamo la verità. La politica tutta non ha capito e non capisce questo complesso mondo digitale. Quel che è più grave, non è neanche interessata a farlo. Il risultato è una grave perdita di strumenti e conoscenze di gestione, indispensabili nella competizione economica. Con questo articolo Agostino Ragosa comincia la collaborazione con Il Format, introducendoci ai rischi e opportunità posti dal mondo digitale.
Il Format
fu avviata da Telecom Italia alla fine degli anni 90. Il Progetto SOCRATE, con investimenti previsti di circa 20mila000 miliardi di Lire, ca. € 10 miliardi, avrebbe dovuto portare a casa di tutti gli italiani la Banda Larga, mediante il cablaggio in fibra dell’ULTIMO MIGLIO. La STET di Ernesto Pascale e la Telecom di Francesco Chirichigno partirono con il più grande progetto infrastrutturale del Paese, mentre la Tim, guidata da Gamberale e Sarmi, invadeva il Paese con le tecnologie mobili.
nelle case Internet con una banda che, nel migliore dei casi, raggiungeva 64 Kbits. L’avvento della Privatizzazione di Telecom con la messa da parte di quel gruppo dirigente fu l’inizio del declino. Furono avviate dai nuovi azionisti accurate analisi costi-benefici (fatte dalle stesse società di consulenza che avevano sostenuto la necessità del progetto Socrate qualche anno prima), che dimostrarono la mancanza di redditività dell’investimento nel breve termine.
La cablatura digitale del Paese fu bloccata; l’Italia, che fino a quel momento era stato il Paese che più degli altri aveva utilizzato le TLC come leva strategica dello sviluppo e dell’innovazione, cominciò a soffrirne. Per anni il dibattito sulla digitalizzazione del Paese è rimasto centrato sul tema della BANDA LARGA, ma nessun Governo si è più preoccupato di imporre agli operatori concessionari obiettivi allineati con quelli fissati dall’Europa agli Stati membri.
A che punto stiamo
Gli obiettivi, fissati dall’Europa, di 100 Mb/s per il 50% degli utenti domestici e 30 Mb/s per tutti gli altri cittadini saranno difficilmente raggiungibili entro la data del 2020. Ma la cosa più preoccupante è che manca nei piani governativi un qualsiasi accenno alla digitalizzazione del Paese, né giova la divisione tra Commissario per il DIGITALE e l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), con inevitabili sovrapposizioni di ruoli ed obiettivi, per guidare un ipotetico piano nazionale di trasformazione digitale.
Bisogna poi ricordare che la digitalizzazione del Paese riguarda non solo la Pubblica Amministrazione centrale e locale ma soprattutto il Sistema Industriale, le Grandi Imprese manifatturiere e di servizi, le Piccole e Medie imprese (vero tessuto connettivo del Paese), ed il mondo dell’Artigianato e del Commercio. Le tecnologie digitali sono alla base della nuova rivoluzione industriale che sta modificando i processi di lavoro, le modalità di interazione tra gli esseri umani, l’apprendimento e la trasmissione del sapere.
A guidare processi così complessi e pervasivi ci vorrebbe come minimo un Ministero dedicato e un Piano nazionale che definisca ed allochi risorse finanziarie per sviluppare seguentemente:
L’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) ci colloca al 25° posto tra i 28 Stati membri dell’UE, ben al di sotto della media europea e davanti solo a Bulgaria, Grecia e Romania. La strategia del Ministero dello Sviluppo Economico, denominata INDUSTRIA 4.0 e successivamente ribattezzata PIANO IMPRESA 4.0, per allargare la portata dell’iniziativa dal Settore Manifatturiero agli altri Settori Imprenditoriali, ha favorito l’introduzione di tecnologie digitali nelle grandi imprese grazie anche alla costituzione di Poli di Innovazione ed alle Leggi che, riducendo gli oneri amministrativi degli obblighi fiscali, hanno consentito lo sviluppo di servizi di economia collaborativa.
imperniati sulla collaborazione tra Università, Centri di Ricerca ed Aziende, ha invece ritardato il trasferimento di tecnologia e formazione adeguata verso le PMI che faticano a trasformare i loro processi con pesanti ripercussioni sulla loro competitività e produttività. Anche il sistema dei Servizi Pubblici Digitali è in ritardo. Non siamo riusciti ancora a completare il progetto ANPR (Anagrafica Centralizzata della Popolazione Residente), facciamo fatica a diffondere lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) e siamo ultimi in Europa per quel che riguarda la percentuale di utenti internet che utilizzano i servizi di e-Government.
Nazionale sulla cultura digitale che pure era stato predisposto da AGID, Confindustria, CNA, Sindacati, Esperti del MIUR e la collaborazione di vari Enti formativi sin dal 2014 e che poi non è stato mai preso in considerazione dagli ultimi Governi. Tale vuoto ci ha fatto scivolare sul fondo della classifica europea per l’uso dei servizi internet da parte dei cittadini. Infatti non bastano iniziative “spot” dei singoli Ministeri, quali i progetti di alternanza “Scuola-Lavoro” e/o “Sviluppo Competenze digitali per la PA”, se non c’è una strategia globale dedicata allo sviluppo delle competenze digitali.
Mancano Ingegneri informatici, Periti elettronici, Laureati in matematica e fisica ed in generale competenze necessarie per lo sviluppo del digitale. Eppure abbiamo tassi di disoccupazione giovanile da terzo mondo. Stiamo penalizzando fasce intere di popolazione che non sanno usare i servizi messi a disposizione dalle nuove tecnologie e le Imprese che non trovano sul mercato nazionale competenze adeguate per rinnovare i loro processi produttivi e far crescere produttività e competitività dell’industria nazionale. Tutti gli stakeholders hanno sottovalutato il potenziale di sviluppo del mercato digitale ed il conseguente contributo alla crescita del PIL del Paese.
Cosa ci aspetta
Prendendo a riferimento l’esperienza dei Paesi più avanzati e in linea con le politiche europee del settore, sarebbe necessario definire ed attuare, con la massima priorità, un Piano Nazionale di Interventi focalizzato sulle aree seguenti:
Fondi europei del Piano 2014 – 2020. Abbiamo a disposizione ca. €36 miliardi che, ricordava la Milena Gabanelli in una delle Data Room sul Corriere della Sera, sono inutilizzati per assenza di progetti. Sarebbe grave doverli restituire per nostra incapacità pianificatoria e progettuale e sarebbe ancor più grave non approfittare di questa occasione per creare per i nostri giovani opportunità di occupazione qualificata e duratura.