Il Primo Re

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753 a.c. Due fratelli sono in fuga dalla città di Alba con alcuni compagni e incappano nello straripamento del Tevere. Non sono due fratelli normali, Romolo e Remo, ma hanno origini mitologiche e divine. Sono molto legati e soprattutto quello che sembra il più forte e deciso fra i due, Remo, guarda al fratello Romolo con deferenza e ammirazione. Vengono catturati insieme ai loro compagni, riescono a fuggire per miracolo ma Romolo viene ferito gravemente, sorretto dal fratello Remo nella fuga e nelle insidie della boscaglia.

Girato magistralmente in luce naturale dal maestro della fotografia Daniele Ciprì, questo “Primo Re” rievoca un’epoca barbarica, colma di violenza e di superstizione. Il pensiero magico non abbandona mai i ragionamenti di questi personaggi, e il terrore sacro degli Dei e del loro Volere anima le loro azioni e i loro comportamenti. Quale dei due fratelli perirà per mano dell’altro, come afferma la vestale che li accompagna dopo aver indagato nelle viscere di un capretto come vuole l’arte sacra degli Aruspici? Chi dei due è più atto al comando e ad esaudire il volere degli Dei, che auspicano che sul suolo sacro cinto dal Tevere sorga uno dei più grandi Imperi che la razza umana abbia mai veduto?

Questo nuovo film di Matteo Rovere, autore già dell’acclamato “Veloce come il vento” con Stefano Accorsi sulle corse automobilistiche in Romagna, è un unicum nel suo genere. Ci trasporta in un’epoca primitiva, è recitato in un incomprensibile proto-latino con innesti di lingua indoeuropea (alla stesura delle battute hanno collaborato semiologi e linguisti di varie università), e a detta del regista non è un peplum classico come se ne facevano molti in Italia qualche decina di anni fa, ma si avvicina più a prodotti moderni come Revenant – Redivivo, il film-Oscar di Alejandro Inarritu e con Leonardo Di Caprio, e a Walhalla Rising di Nicolas Winding Refn.

L’emozione immersiva è grande, ci si sente catapultati in questa epoca pre-latina e semibarbarica, dove si lotta nel fango, la Natura è preponderante e i conflitti bellici vengono risolti con belluina ferocia. Chi ha un po’ di dimestichezza con l’Antropologia Culturale sa che non si può giudicare con parametri moderni fatti e avvenimenti accaduti secoli e millenni or sono, ma alcuni comportamenti dei personaggi sono quantomeno sconcertanti per la loro assoluta distanza dal sentire moderno. In questo il film è particolarmente riuscito, anche se ad un pubblico abituato a prodotti più canonici una pellicola del genere potrà sembrare un UFO, un “oggetto volante non identificato” e non suscitare quella acclamazione e quel successo commerciale che forse nelle intenzioni è previsto da autori e finanziatori. Fa piacere però che lavori del genere comincino ad apparire anche in Italia, e una critica seria dovrebbe sentirsi in dovere di approfondire, e in certi casi difendere, opere che vanno in controtendenza rispetto al pubblico, sono fortemente esportabili, e  hanno una quota parte di spettacolarità e impatto visivo-culturale, specialmente quando sono realizzati dalle mani di maestri-artigiani delle nostre parti.