Focus sulla presenza cinese in Africa (Parte II)

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Nell’articolo precedente ho parlato della presenza cinese in Africa fino alla fine del ventesimo secolo. L’inizio del ventunesimo secolo portò in dote la creazione del Forum economico Cina – Africa (FOCAC), ossia incontri fra governi africani e governo cinese. Durante questi incontri il governo cinese stanzia dei fondi da destinare – sotto forma di prestito – ai governi africani, per far sì che essi possano costruire infrastrutture e combattere la povertà. In cambio di ciò, essi devono aprire i loro mercati alle aziende ed allo stato cinese. Questo ha portato critiche da parte dell’Occidente, ma  alcune importanti distinzioni devono essere fatte rispetto ai prestiti europei nei confronti dei paesi africani: la Cina infatti non pone condizioni politiche, promuovendo quindi un atteggiamento  di non interferenza nelle questioni interne africane; inoltre viene fatto spesso riferimento alla volontà di aumentare la voce a livello internazionale dei paesi africani, permettendogli di entrare a tutti gli effetti nel sistema internazionale. Le critiche europee paiono fuori luogo, poiché la Cina non ha fatto altro che approfittare delle politiche tenute dalle istituzioni occidentali nel corso degli anni: apertura dei mercati africani e privatizzazione, senza attendere la creazione di uno strato industriale solido che permettesse ai paesi africani di dire la loro sul mercato internazionale.

Le cifre investite nel continente africano da parte della Cina sono andate sempre aumentando, fino ad arrivare all’annuncio nel corso dell’ultimo FOCAC tenutosi a settembre 2018 a Pechino da parte del presidente cinese Xi di un ulteriore investimento di 60 miliardi di dollari, cifra che fu già stanziata nel vertice di tre anni prima.

Perché la Cina investe così tanto in Africa?
Ufficialmente, il denaro investito sarà destinato alla costruzione di infrastrutture nell’ambito della Belt and Road Initiative (la Nuova via della seta). Questo progetto, annunciato nel 2013 dal presidente Xi, prevede la costruzione di infrastrutture in Europa, Africa ed Oceania, per migliorare i collegamenti terrestri e marittimi, portando quindi ad un miglioramento nei commerci fra i paesi eurasiatici. Senza entrare troppo nel particolare di questa iniziativa, che merita sicuramente interesse ed attenzione, bisogna notare la dimensione mondiale di ciò, poiché sono una settantina i paesi coinvolti. Per quanto riguarda gli investimenti in Africa, recentemente sono state inaugurati diversi porti, autostrade e ferrovie. Tutto ciò, ufficialmente,  sembra andare in una direzione puramente economica e verso un miglioramento della situazione economica conseguente ad un miglioramento infrastrutturale di proporzioni mai viste prima in Africa. Ma come sottolineano in molti, i rischi principali sono due: la trappola del debito ed il neocolonialismo cinese. La think tank americana Center for Global Development ha calcolato che ben otto paesi sono a rischio di cadere nella trappola del debito, tra cui il Gibuti, paese africano che ospita la prima base permanente militare cinese all’estero. Il paese ospita quattro basi tra cui quella americana. I suddetti otto paesi rischiano di dover cedere le proprie infrastrutture alla Cina, qualora non dovessero riuscire a colmare il debito. Questa tesi è supportata dal fatto che in molti casi la Cina si accolla quasi per intero la spesa, poiché i paesi interlocutori non sono minimamente in grado: si tratta quindi di progetti che partono già in partenza in perdita per la Cina da un punto di vista meramente economico. Per quanto riguarda il neocolonialismo cinese, ci si riferisce al fatto che sempre più industrie cinesi siano presenti in Africa e che la Cina importi dall’Africa materia prima a prezzi bassi per poi esportare sul mercato africano prodotti finiti, sfruttando i lavori locali con ritmi molto alti e paghe molto basse.

Perché la Cina ha avuto così successo in Africa?
Essendo libera da un’immagine di antica potenza coloniale, la Cina ha saputo presentarsi ai paesi africani come partner, senza cercare di porsi in una posizione di superiorità come i paesi europei. Ciò è dimostrato dal fatto che i soldi cinesi siano prestati ai paesi africani, e non concessi previo superamento di certi requisiti o attuazione di certe politiche, come invece accade per gli aiuti europei. La Cina ha saputo sostituirsi ad un’ Europa che si è disinteressata dell’Africa per quasi due decenni e sembra solo ora, causa immigrazione di massa, riscoprirne i problemi, che essa stessa ha causato. La Cina ha saputo colmare il buco colpevolmente lasciato dall’Occidente senza promesse o condanne, ma fornendo ciò di cui l’Africa ha sempre avuto bisogno: fondi. E di fatti la Cina è ora il primo partner commerciale africano, avendo superato USA e UE. In una politica internazionale cinese che sembra fare un tuffo nel passato dalla politica dell’ accession verso la ricerca di una sfera di influenza, solo il tempo potrà dirci se i fondi destinati ai paesi africani abbiano un valore prettamente economico, o se nascondano qualcosa di diverso.

Fino a dove può arrivare il sogno cinese pronunciato da Xi nell’ultimo congresso del partito di una Cina forte e prospera?