Focus sulla presenza cinese in Africa. (Parte I)

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Nel corso della storia, l’Africa ha sempre personificato il ruolo di terra di conquista. La presenza europea è stata costante, dal periodo del colonialismo ad oggi e, seppur in maniera inferiore, sia Stati Uniti che Russia (ai tempi URSS) hanno giocato un ruolo importante in Africa, in particolar modo nello scenario della guerra fredda. Fra gli international player presenti in Africa non bisogna però scordarsi della Cina. La presenza cinese in africa risale già alla fine degli anni ’50 – inizio anni ’60, quando la neonata Repubblica Popolare Cinese cercò di stabilire relazioni diplomatiche coi nuovi paesi africani, in cerca di alleati e materie prime. Le occasioni di incontro furono varie, a partire dalla conferenza di Bandung del 1955 fino al safari tenuto dal presidente cinese Zhou Enlai a cavallo del 1963-64, anni nei quali visitò dieci paesi africani che si erano appena dichiarati indipendenti. Zhou spronò gli stati africani che ancora non avevano ottenuto l’indipendenza alla rivoluzione, mentre per i leader locali il focus principale dei rapporti sino africani doveva essere solamente economico. I rapporti perciò si raffreddarono, mantenendosi solo a livello diplomatico. Uno spiraglio di cambiamento vi fu in occasione della costruzione della ferrovia fra Tanzania e Zambia (ZAMARA), il cui progetto venne bocciato dalla World Bank, ma approvato dalla Cina. Così facendo il paese si dimostrò affidabile e flessibile, appoggiando progetti i quali non sarebbero stati appoggiati da altre paesi e/o istituzioni e senza attaccare condizioni umanitarie/politiche ad essi. L’esempio dello ZAMARA è emblematico: si trattava di un investimento politico e non economico, in quanto il tasso offerto era basso ed alla fine il debito venne cancellato.

Lentamente, la Cina ottenne supporto politico in ambito internazionale da parte dei paesi africani: nel 1971 la Repubblica Popolare venne ammessa nell’ONU, al posto di Taiwan. Per l’ approvazione della risoluzione2758 il voto dei paesi africani fu fondamentale.
Dagli anni ’80 le relazioni sino africane cambiarono, la Cina smise di donare ingenti somme, volendosi concentrare su rapporti che portassero benefico ad entrambi le parti. Negli anni ’90 vi fu un ulteriore sviluppo nelle relazioni fra i due blocchi, poiché entrambi erano isolati: da una parte le reazioni negative dovute alle proteste di piazza Tienanmen e dall’altra parte il raffreddarsi della cooperazione con l’Europa, la quale si stava spostando verso l’America Latina ed iniziò inoltre ad attaccare condizioni politiche ed economiche sempre maggiori nei confronti dei paesi africani. Le relazioni fra Cina ed Africa incominciarono quindi ad assumere un volume importante in termini prettamente economici, ma che vanno visti sotto un’ottica politica. A differenza delle istituzioni europee ed americane, la Cina non includeva condizioni particolari alle somme di denaro per i paesi africani, bensì forniva queste somme sotto forma di prestito e con tassi particolarmente bassi. In questo modo, i paesi africani poterono costruire infrastrutture, mentre la Cina ottenne l’accesso ad un vasto mercato, dal quale importare materie prime e nel quale esportare i propri prodotti. Attraverso il sovvenzionamento di infrastrutture pubbliche quali stadi e ferrovie, la Cina iniziò quindi ad ottenere una forte presenza ed importanza sul suolo africano, nonostante queste spesso vengano sottovalutate. La RPC si presentava agli occhi dei paesi africani in maniera diversa rispetto all’Occidente, i cui paesi spesso si rifiutarono di concedere gli aiuti prima promessi, a causa di gravi mancanze dal punto di vista dei diritti umani e della democrazia da parte dei paesi africani. La Cina invece seguiva una logica prettamente economica, concedendo prestiti negli anni a paesi come Sudan, Zimbabwe ed Angola. In questo modo, aumentava anche la propria influenza politica nel continente.

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