La nuova divisione

Non è possibile costruire un'alternativa alla deriva populista facendo ricorso alle vecchie armi delle ideologie

307

Capita sempre più spesso di leggere dichiarazioni politiche che ci lasciano spiazzati e confusi, esse non riflettono quasi mai quel che un osservatore del secolo scorso si sarebbe aspettato. Riguardo ad esempio all’immigrazione, tema sempre più centrale, ormai da vari mesi la CEI assume praticamente la stessa posizione del PD (erede della sinistra italiana), fazioni quest’ultime che storicamente si erano sempre trovate agli antipodi.

Avendo già analizzato le trasformazioni che stanno avvenendo in seno agli stati nazionali, possiamo ora passare al risvolto che questi mutamenti comportano sulla scena politica. Ci troviamo, oggi, in un periodo di transizione non solo per quanto riguarda le visioni dei partecipanti ma anche per la natura stessa della contrapposizione politica:ci troviamo di fronte ad una nuova divisione ideologica.

Se tutto il ‘900 si è basato sul dualismo destra-sinistra, ora questi schieramenti si sono evoluti, distaccati dalle proprie ideologie, operazione necessaria per poter sopravvivere in un mondo in cui le rispettive ortodossie non trovano più appigli nella realtà.

Il caso più emblematico è forse quello italiano, qui infatti anche la terminologia ci viene in aiuto: se il nuovo governo è detto “del cambiamento” è sottointeso che le forze d’opposizione (PD e FI) facciano parte della vecchia politica. Curioso il fatto che questi due partiti (uno di sinistra e l’altro della destra liberale) si trovino spesso allineati quando si tratta di prendere posizione rispetto all’ordine del giorno. Viene ora da chiedersi il perché essi siano percepiti come “vecchi” dalla narrativa odierna. La risposta è semplice: essi rappresentano gli ultimi sentori delle ideologie novecentesche (entrambe annacquate dal tempo), sono gli eredi ultimi di quel patrimonio secolare che ha formato il mondo che fino ad ora abbiamo conosciuto. Poco importa della loro dichiarata distanza reciproca, sono entrambi parte del “vecchio”.

Così come per gli Stati il fulcro della nuova divisione è uno soltanto: la Sovranità. E’ proprio questo elemento che caratterizza le nuove fazioni: sovranisti e globalisti. 

Se ogni forza anti-establishment è definita dai media come “populista” questo termine è però fuorviante e non lascia trasparire il vero punto saliente di tali movimenti. Questi sono tutti caratterizzati da ideali sovranisti. In Europa erano populisti i fautori della Brexit, negli Stati Uniti Trump sogna un ritorno all’isolazionismo e un’uscita dalla NATO, sul fronte dell’immigrazione lodano la solidità dei confini. Come spiegato da QELSI, che si definisce il primo quotidiano sovranista d’Italia, il sovranismo non è altro che la naturale evoluzione della destra sociale nel terzo millennio. Destra che aveva trovato nella sacralità della Nazione il suo fondamento e che ora, alle prese con la perdità di autorità statale delle rispettive nazioni, cerca di fare ritorno al vecchio status quo. In una parola:reazionari.

Ma se le forze sovraniste sono così studiate, osservate e generano tanto clamore, che cosa si può dire delle loro controparti, chiamate a volte globaliste, a volte federaliste? 

E’ ancora difficile identificare un fronte ufficiale globalista nel panorama politico, ma questo non vuol dire che esso non sia presente. Se infatti le forze populiste lavorano così alacremente per capovolgere il cosiddetto establishment, significa che è proprio  quest’ultimo a porsi in contrasto ai nuovi reazionari.

Per capire meglio a cosa mi riferisco basti guardare a quello che la politica internazionale ha creato nei primi quindici anni del 2000. In questo lasso di tempo abbiamo assistito ad un mondo guidato da una serie di leader ed organismi sovranazionali ( penso ad Obama, Merkel, UE) che hanno contribuito alla costruzione di un nuovo ordine globale operando assecondando i mutamenti a cui la storia stava sottoponendo i rispettivi continenti, ovvero una maggiore integrazione fra stati sovrani ed uno sforzo condiviso verso la cooperazione internazionale. E’ questo il nuovo ordine formatosi nell’ultima fase storica appena conclusa. Esso però non è ascrivibile né al mondo della sinistra, come in molti pensano, né ad un puro liberismo, ma è frutto per la prima volta nella storia di una visione globalista, anche se non appellata come tale. Quel che a noi appare come uno sviluppo naturale delle relazioni internazionali è nato in realtà dal superamento delle ideologie novecentesche su scala globale.

E’ proprio questo l’ ordine che i sovranisti mirano a sovvertire, i suoi principi guida quelli che vogliono smantellare.

Appare evidente ormai che non è possibile costruire un’alternativa alla deriva populista facendo ricorso alle vecchie armi delle ideologie, ormai defunte, e alle vecchie ricette già superate sul campo. Occorre prima di tutto identificarsi in quei valori che hanno guidato il processo di unificazione sovranazionale, oggi bruscamente interrotta, ed appropriarsene culturalmente, su di quelli basare la nuova dialettica delle forze progressiste. E ancora di più è necessario riconoscersi fra forze di origine diversa, che provengano esse dalla destra liberale o dalla sinistra, ed unirsi in un fronte unico abbandonando così definitivamente le vecchie divisioni politiche per affrontare finalmente quel che ci troviamo davanti: la nuova divisione.