Videogiochi e politicamente corretto

"Fuori la politica dai videogiochi" è questo il grido di milioni di appassionati della serie Battlefield.

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Battlefield è una popolarissima serie di videogiochi del genere sparatutto in prima persona sviluppata dalla software house svedese Digital Illusion Creative Entertainment (Dice) e pubblicata dal colosso americano dell’industria videoludica Electronic Arts (Ea).

Si tratta di una serie molto longeva, avendo debuttato nel 2002, che nel corso di questi anni ha saputo appassionare milioni e milioni di videogiocatori in tutto il mondo, garantendo profitti per miliardi di dollari alla casa produttrice e al publisher.

L’annuncio del prossimo episodio della saga, che uscirà il prossimo 16 ottobre per Playstation 4, Xbox One e Pc e sarà intitolato Battlefield V, è stato accolto da durissime critiche da parte dei fan che non hanno digerito l’introduzione di personaggi femminili nella componente online del gioco in quanto sarebbe fuori luogo con l’ambientazione storica della Seconda guerra mondiale. Il trailer d’annuncio, in cui si vede una donna combattere in prima linea con il viso dipinto di blu, una protesi metallica al braccio sinistro e vestiti che hanno poco a che vedere con un’uniforme militare degli anni ’40, ha ricevuto una reazione molto negativa su Youtube. Il numero di “non mi piace” ha infatti abbondantemente superato quello dei “mi piace” e i commenti sono per la maggior parte estremamente negativi.

Ma se i fan non hanno preso bene la svolta politicamente corretta intrapresa da Battlefield V, la reazione degli sviluppatori ha peggiorato ulteriormente la situazione, tant’è che il successo commerciale del gioco è in seria discussione, con gravi ripercussioni per i produttori. Invece di calmare le acque Ea ha gettato benzina sul fuoco. Patrick Söderlund, ex Chief Design Officer dell’azienda, durante un’intervista rilasciata lo scorso giugno, a una domanda relativa alle critiche della fan base riguardo i personaggi femminili, ha risposto lapidario: “if you’don’t accept it, don’t buy it”. Ovvero, se i fan non accettano il fatto che in Battlefield V ci saranno le donne, allora che non comprino il gioco. In poche parole, un portavoce di spicco della casa produttrice ha detto a milioni di consumatori di…non acquistare il suo prodotto! Ma non finisce qui. Nella stessa intervista Söderlund ha definito “ignoranti” tutti quelli che criticano la presenza delle donne nel gioco. Altra benzina sul fuoco.

Söderlund si è dimesso da Ea lo scorso 14 agosto. La sua intervista ha peggiorato ulteriormente un putiferio che rischia di costare molto caro alla multinazionale. Come conseguenza della politica di marketing e dell’irrazionale scontro tra produttori e consumatori generato dalla stessa Ea, i pre-ordini di Battlefield V sono molto bassi, soprattutto se confrontati con quelli dello storico rivale Call of Duty il cui nuovo episodio uscirà il prossimo 12 ottobre.

Eppure, il fatto che Ea pubblichi un titolo ambientato in una guerra del passato che è poco accurato storicamente non è una novità. Battlefield 1, il penultimo capitolo della serie uscito nell’ottobre 2016, fu così intitolato perché ambientato durante la Prima guerra mondiale. Di Battlefield 1 si può dire tutto meno che si tratti di un gioco storicamente accurato. Infatti, il giocatore ha la possibilità di utilizzare una vasta gamma di armi automatiche e veicoli che sebbene esistenti durante gli anni della Grande Guerra, non furono mai usati sui campi di battaglia. In Battlefield 1 ci sono tanti mitra, fucili semi-automatici, mitragliatrici e prototipi che nella realtà furono poco o nulla utilizzati. Ma in quel caso l’accuratezza storica venne sacrificata per ragioni di gameplay, ovvero per dare la possibilità ai giocatori di utilizzare un vasto arsenale di armi ed equipaggiamenti così da poter personalizzare e variare il proprio stile di gioco. D’altro canto gli appassionati erano stati abituati in quel modo per anni e snaturare gli elementi di gioco distintivi della serie per garantire l’accuratezza storica sarebbe stato rischioso. Per questo motivo le inesattezze di Battlefield 1 non vennero più di tanto criticate. In Battlefield V invece c’è la percezione che l’accuratezza storica sia stata sacrificata in nome del politicamente corretto e questo ha fatto storcere il naso a molti appassionati. La reazione di Ea, oltre che essere irrispettosa nei confronti dei consumatori e senza senso, ha peggiorato ulteriormente la situazione. Forse in modo irreparabile.

Il bizzarro caso di Battlefield V è la dimostrazione di come politicamente corretto e videogiochi non vadano d’accordo. Oltre ad essere un perfetto esempio di come non fare marketing.