ORIZZONTE ROSA

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Mi sono sempre chiesto perché il calcio per il solo indiscutibile fatto di essere lo sport più seguito e praticato al mondo venga considerato infinitamente più importante ed interessante di tutti gli altri, peraltro ingiustamente e semplicisticamente qualificati minori anche dai medesimi addetti ai lavori; se si prende per buona l’enciclopedica definizione di “attività che impegna, sul piano dell’agonismo oppure dell’esercizio individuale o collettivo, le capacità fisico-psichiche, svolta con intenti ricreativi ed igienici o come professione”, non vedo chi sia ancora in grado di intravedere nel football – partendo dal dorato ed iper retribuito mondo professionistico fino ad arrivare ai livelli dilettantistici spesso tali solo sulla carta – anche una sola briciola di tale spirito di sana competizione.

Purtuttavia anche nell’italico stivale tutte le altre discipline sportive hanno spesso svolto una straordinaria funzione sociale ed educativa soprattutto delle nuove generazioni, consentendo talvolta a città, paesi, comunità meno ricche e popolose di assurgere a protagoniste del panorama nazionale e conquistare titoli che il calcio, viceversa, ha riservato nella sua ultracentenaria storia a non più di dieci club, il più delle volte metropolitani. Catania, la mia città.

Non certo un paese ma neppure una metropoli; anche qui il calcio ha sempre smosso e smuove, pur con alterne fortune, la passione della quasi totalità degli abitanti, nessuno dei quali peraltro rinuncia a rivendicare con giustificato orgoglio la presenza in città di una squadra di pallanuoto femminile che, per titoli e storia, potrebbe considerarsi senza tema di smentita un perfetto mix di Juventus e Real Madrid delle piscine: l’ORIZZONTE CATANIA.

I numeri non sono tutto ma mai come in questo caso valgono da soli a descrivere la reale portata del ricchissimo palmares internazionale e nazionale di cui può fregiarsi tale Società: dal 1986, anno della sua fondazione, l’A.S.D. ORIZZONTE ha infatti vinto – udite udite – ben diciannove scudetti nazionali, quindici dei quali addirittura consecutivamente (record quest’ultimo finora ineguagliato da nessun’altra squadra in nessun’altra disciplina, sia in campo maschile che femminile); otto Coppe dei Campioni; una Supercoppa Europea; diverse coppe Italia.
Molti dei Suoi allenatori e giocatrici hanno costituito per molti anni l’indiscussa ossatura tecnica di quella Nazionale denominata affettuosamente dagli appassionati “Settebello Rosa” e che ha mietuto titoli Europei e Mondiali fino alla mitica medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Atene del 2004 al termine di una combattutissima e per certi versi drammatica finale contro la nazionale greca padrona di casa.

Una Società nata e cresciuta grazie alla competenza e passione del presidentissimo Nello Russo e di pochi altri dirigenti/soci e che, dopo decenni di trionfi ed proprio all’indomani dell’ultimo titolo nazionale conquistato nel 2011, sembrava destinata ad un mesto declino ed addirittura ad eclissarsi per problemi economici che in sport quali la pallanuoto possono drammaticamente presentarsi anche per un semplice ritardo nel pagamento dei contributi da parte degli Enti Locali o la rinuncia di uno o più sponsor; ebbene, proprio nel momento più buio della Sua storia, quello in cui tutte le principali protagoniste della propria epopea sportiva avevano cessato la propria attività ovvero preferito lidi più remunerativi, ecco che a tendere la mano all’Orizzonte intervengono due delle Sue più famose e predilette figlie: Martina Miceli e Tania Di Mario.
Una scommessa, forse una missione impossibile che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque ma non certo a chi ha speso gran parte della propria vita e delle proprie energie sputando sangue (a volte non solo figurativamente) nelle acque dolci delle piscine di mezzo mondo; qualche stagione anonima o al più in chiaroscuro, poi la svolta costituita dalla sponsorizzazione da parte dell’Ekipe, magnifico centro sportivo di recente sorto alle porte del centro cittadino, che ha di fatto regalato all’Orizzonte una casa, una sede stabile e definitiva dove allocare tutte le attività della prima squadra ma anche e soprattutto di quello che è indiscutibilmente il fiore all’occhiello, la forza ed il futuro della Società: il settore giovanile.

E se si vuole davvero comprendere il segreto di tanti successi del passato e la formula magica dei prossimi futuri basta semplicemente assistere a qualche allenamento o partita ufficiale delle più giovani; Pierre De Coubertin si sarebbe sentito sicuramente a disagio perché all’Orizzonte il partecipare è rigorosamente coniugato insieme alla parola vincere, e la vittoria non è solo importante ma l’unica cosa possibile ed accettabile.
Presunzione? Senso di superiorità?
Affatto, perché il conseguimento della vittoria quale fine non giustifica il ricorso a qualsivoglia machiavellico mezzo, lecito e non: qui si vince solo tramite il durissimo lavoro negli allenamenti, la monotona ed a volte ossessiva ripetizione di schemi e movimenti di gioco, il totale ed incondizionato impegno profuso alla causa e che non contempla alcuna eccezione o sospensione legata a transitori precari stati di salute fisica e mentale, festività più o meno consacrate, problemi con il fidanzatino etc etc.

E tale regola vale per tutte indistintamente, dalle giocatrici della prima squadra ivi comprese quelle convocate nella Nazionale maggiore fino alle principianti delle giovanili; dietro agli urlacci ed ai rimbrotti delle allenatrici per uno schema non eseguito a regola d’arte, una disattenzione o un semplice calo di concentrazione di una giocatrice pur a pochi secondi dal termine di una partita ormai vinta con larghissima differenza di punteggio sta il postulato aureo dell’Orizzonte Catania: avete il privilegio e l’onore di indossare la calottina della più titolata squadra nazionale ed europea ma anche il dovere di rispettarla sempre, di rispettare le lacrime ed i sacrifici fatti da chi vi ha preceduto semplicemente facendone voi il doppio.

E del resto la Miceli e la Di Mario sono le “figlie putative” sportivamente parlando anche di quel Pierluigi Formiconi, Commissario Tecnico della Nazionale trionfatrice alle Olimpiadi di Atene del 2004, e che ha così commentato a caldo l’impresa delle Sue atlete: “Ricordatevi per sempre di questo gruppo, imprimetevi in mente il volto ed il nome di ciascuna di queste ragazze, tutte hanno lavorato con enorme puntiglio per quattro anni, molte di loro hanno rinviato maternità e matrimoni perché sapevano che ognuna era assolutamente fondamentale per le altre dodici, è cosi che si diventa una vera squadra, è così che si vincono campionati europei e mondiali, è così che si vince un’Olimpiade”.
E l’ora di pranzo e le porte automatiche del centro sportivo Ekipe si aprono al continuo passaggio delle giovani pallanotiste dell’Orizzonte tutte identificate dalla casacca sociale che richiama vagamente nella foggia quella dei più famosi college americani degli anni Sessanta; a primo vista sembrano adolescenti come tante altre, cellulare perennemente in mano si spingono e scherzano tra di loro, in realtà sono giovani guerriere in erba ben consapevoli che di lì a poco si sottoporranno ad allenamenti di una durezza quantomeno equiparabile all’addestramento bellico dei mitici Marines statunitensi.

Ma sorridono tutte meravigliosamente, gli occhi brillano di una luce particolarissima, quasi unica e non facilmente descrivibile: mi piace pensare e credere che dipenda dal fatto che vedano distintamente il loro orizzonte: un’Orizzonte Rosa.