lunedì, Settembre 28, 2020
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LABORA ET ORA . . .

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Cosa accumuna i programmi sbandierati da qualsivoglia formazione politica alla vigilia di qualsivoglia competizione elettorale che si svolga al Nord, al Centro ed al Sud di questo Nostro strano, variegato e contradditorio Paese?
Quale parola viene ripetuta fino alla nausea dai candidati, a partire dal più accreditato dei futuri Presidenti del Consiglio e fino ad arrivare all’ultimo degli aspiranti consiglieri circoscrizionali di periferia, fino a trasformarsi nel più laico e moderno dei mantra?

LAVORO.
Tutti, nessuno o pochissimi esclusi, ne parlano come se la promessa di prestare al medesimo la massima attenzione nella futura attività amministrativa o di Governo sia quasi un regalo graziosamente elargito alla collettività nazionale piuttosto che un preciso dovere imposto in primiis dalla Carta Costituzionale a tutti coloro che a vario titolo vengano chiamati a ricoprire cariche elettive nella Repubblica Italiana; se da un lato viene sancito il diritto/dovere di ogni cittadino al lavoro ed attraverso questo il diritto a percepire una retribuzione che sia in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa dall’altro si onera lo Stato a tutelare il lavoro in tutte le sue forme ed a garantire ai lavoratori formazione, elevazione professionale e soprattutto l’esercizio ed il rispetto dei diritti fondamentali della persona a prescindere dal sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

La Costituzione aveva tracciato un’importante solco, si poneva coma una pietra filosofale sull’onda della quale il Legislatore avrebbe dovuto modellare e sviluppare la complessa disciplina dei rapporti lavorativi ed in particolare di quelli subordinati tanto nel settore pubblico quanto in quello privato; eppure ci sono voluti oltre venti anni ed infinite e spesso dolorose lotte della classe lavoratrice per giungere a quello Statuto dei Lavoratori, per anni fiore all’occhiello del Diritto del Lavoro italiano nel mondo ed in epoca più recente progressivamente smantellato e snaturato nei suoi principi e valori fondamentali dalla politica di qualsiasi bandiera.
Politici unici colpevoli quindi?

Lo scrivente si assume la piena responsabilità delle proprie opinioni nell’aggiungere un complice, non importa se mandante o esecutore materiale: il Sindacato (con la esse maiuscola, non certo per rispetto ma unicamente per evidenziarne l’accezione più lata ed indistinta).
Eppure anche in questo caso la Costituzione ci aveva visto giusto, ritenendo che la tutela dei diritti dei lavoratori nei confronti della parte datoriale sarebbe stata più incisiva ove esercitata non tanto e non solo dai singoli ma da una o più organizzazioni associative rappresentative dei lavoratori iscritti alle medesime, i sindacati per l’appunto.
L’art.39 stabilisce che l’organizzazione sindacale è libera ed impone solo un obbligo (peraltro comune anche ai partiti politici): la registrazione presso uffici centrali o locali secondo le norme stabilite dalla legge; con la registrazione i sindacati avrebbero acquisito personalità giuridica ed in tal modo ed in proporzione ai rispettivi iscritti avrebbero potuto stipulare contratti collettivi di lavoro aventi efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alle quale il contratto si riferisce. Avrebbero.

Perché potrà suonare strano ai più ma nessun sindacato ha mai chiesto tale registrazione, ufficialmente nel timore di possibili limitazioni alla propria libertà d’azione e di organizzazione da parte dell’amministrazione statale in realtà perché il conseguente status di enti di fatto, di associazioni non riconosciute ma dotate di soggettività giuridica in quanto portatori della somma degli interessi individuali dei lavoratori andava e va benissimo ai sindacati.
Con l’iscrizione il singolo in pratica conferisce al sindacato piena rappresentatività, delle proprie istanze lavorative, obbligandosi ad uniformarsi alla disposizioni interne contenute negli atti costitutivi e negli statuti soprattutto per quanto riguarda la proclamazione di scioperi e l’osservanza dei contratti collettivi.

Debita premessa: non si può certamente negare l’importanza e la funzione dei sindacati nell’ambito delle battaglie condotte a fianco dei lavoratori soprattutto negli anni cinquanta, sessanta e settanta; pur tuttavia, e soprattutto negli ultimi decenni, è netta l’impressione che i medesimi abbiamo dimenticato la loro vera natura e soprattutto quali siano state le vere armi che hanno permesso di conseguire sì tanti risultati e conquiste sociali: assoluta coesione ed effettiva presenza dei rappresentanti di qualunque livello tra e con i lavoratori.
La cosiddetta Triplice (CGIL CISL e UIL) era certamente espressione di Sigle di diversa ispirazione politica ma all’atto di svolgere qualsivoglia trattativa era percepita dalla controparte come unica espressione delle istanze dei lavoratori ed unico soggetto interlocutore, a prescindere dall’effettivo numero degli iscritti di ciascuna; di conseguenza la minaccia di scioperi o altre forme di protesta o la loro effettiva attuazione risultava spesso decisiva a smussare le resistenze nelle trattative favorendone una positiva e soddisfacente chiusura.

Una prova? Di recente è venuto a mancare Pierre Carniti, segretario storico della CISL e in seguito anche Senatore della Repubblica: orbene, pare che lo stesso abbia più volte dichiarato di non essersi mai perdonato di avere contribuito in maniera decisiva a rompere l’unità sindacale in materia di scala mobile delle retribuzioni ed a creare una distanza con la CGIL mai più ritrovata.
Cosa sono diventati i Sindacati ora? Strutture elefantiache e gerarchicamente piramidali, troppo spesso autoreferenziali in quanto preoccupate più di ribadire a parole il proprio ruolo sociale che di esplicarlo davvero nel concreto; la figura del sindacalista dalle scarpe grosse e dall’eloquio non sempre politicamente corretto ma lavoratore tra i lavoratori pressoché sparita o gradualmente sostituita da cloni in giacca e cravatta, veri e propri manager del proselitismo con precisi budget e grafici delle deleghe periodicamente acquisite.
Può un sindacalista in distacco permanente (vale a dire da anni regolarmente retribuito ma esonerato dalla quotidiana prestazione lavorativa per l’esercizio delle proprie funzioni) conoscere davvero a fondo e correttamente rappresentare le problematiche connesse alla vita lavorativa dei propri assistiti?
Può il medesimo condividere con i rappresentanti aziendali viaggi, pranzi e cene, convegni, in una parola creare rapporti personali spesso amichevoli o confidenziali e ritrovare quasi per magia al tavolo delle trattative la giusta rigidità ed intransigenza, ove necessarie alla difesa degli interessi reali dei lavoratori?

Qualche anno fa ha creato un giusto clamore la prassi pacificamente seguita nelle relazioni sindacali di un primario Istituto Bancario e venuta allo scoperto per un puro caso: accadeva che i massimi rappresentanti aziendali di tutte le principali sigle, incaricati delle trattative su base centrale e per lo più semplici impiegati, ricevessero in busta paga un appannaggio unilateralmente erogato dall’Azienda e di importo tale da rendere le rispettive retribuzioni equiparabili a quelle dei funzionari dell’Istituto con i quali dovevano confrontarsi (? !); probabilmente un curioso modo di garantire autonomia ideologica ed operativa nell’esercizio delle loro funzioni…

Anche i lavoratori di tutti i principali settori si sono ormai rassegnati a farsi chiamare risorse umane, salvo poi amaramente verificare di non esserlo affatto una risorsa per l’azienda dato che nei piani industriali non si parla affatto della loro valorizzazione e crescita professionale ma piuttosto del fatto di rappresentare sempre e comunque un costo insostenibile per i bilanci; di qui le trattative spesso di mera facciata con i sindacati che si limitano ad avallare la fuoriuscita di migliaia di lavoratori dal mondo produttivo a fronte del ricorso a fondi esuberi o di accompagnamento alla pensione foraggiati dalle Aziende, e giustificando ciò come un rimedio inevitabile, sostenibile ed assolutamente indolore rispetto ai minacciati licenziamenti collettivi.
Ed allora, caro lavoratore, LABORA fintanto che uno straccio di impiego ancora ce l’hai, ed ORA (prega) di mantenerlo il più a lungo possibile…

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