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Quella voglia di Statuto Albertino

| 22 Maggio 2018 | ATTUALITÀ, ECONOMIA, POLITICA

Continuiamo la nostra collezione da piccola bottega degli orrori. Dopo Riotta e Daveri, ecco Davide Giacalone, giornalista ma anche e soprattutto politico e boiardo di Stato: già segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del Partito, è stato Capo della Segreteria di Spadolini quando questi fu Presidente del Consiglio e consigliere del Ministro Mammì all’epoca della famigerata legge omonima. Più di recente (governo Berlusconi) è stato nominato presidente di DigitPA (prima CNIPA, ora Agid) e dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione. La sua recente prestazione a Omnibus su La7 è già leggendaria.

Secondo Giacalone (minuto 1:18), nel Trattato di Maastricht il principio del rapporto fra deficit e PIL, che non deve essere superiore al 3%, è correlato all’ammontare dello stock di debito complessivo di un Paese. Questa è una affermazione non del tutto corretta. Il collegamento fra regola del deficit e regola del debito, di cui all’art. 126 del TFUE (già art. 104 del Trattato di Maastricht), si è realizzata nella sua forma attuale tramite il c.d. OMT (Obiettivo di Medio Termine), introdotto dal Six Pack e quindi dal Fiscal Compact tra fine 2011 e metà 2012 (cioè fra la fine del governo Berlusconi sotto i colpi dello spread e il massimo successo mediatico del governo Monti).

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Il giornalista (minuto 1:58) passa poi a spiegare che l’enorme massa monetaria introdotta dalla Bce nel sistema bancario europeo tramite Quantitative Easing non avrebbe prodotto inflazione perché le regole di Basilea sugli assorbimenti patrimoniali avrebbero imposto una certa prudenza agli Istituti di credito nel concedere nuovi prestiti. Questa affermazione è sostanzialmente falsa. Sarebbe ben strano che la Bce, che ha fondato il QE sull’obiettivo – fallito – di ricondurre l’inflazione europea attorno al 2%, abbia al contempo avallato regole prudenziali che avrebbero reso impedito il raggiungimento dei propri fini; e in effetti le dinamiche inflattive sono variamente connesse (salvi casi particolarissimi, tipo gli shock petroliferi degli anni Settanta) con le dinamiche salariali, con quelle occupazionali, con l’aumento o la contrazione della domanda aggregata, insomma con tutta una serie di indicatori relativi all’economia reale.

Il capolavoro, però, è al minuto 2:10. Il bail-in sarebbe già stato previsto dall’ordinamento interno, e precisamente dal R.D. n. 375 del 1936, cioè dalla Legge bancaria italiana. Ecco, questa è una sesquipedale idiozia. Primo: la Legge bancaria del 1936 – quella che prevedeva banche pubbliche accanto a banche private, o la specializzazione degli Istituti, o che imponeva la divisione fra banche commerciali e banche di investimento – è stata abrogata dall’attuale Testo Unico del 1993, ispirato direttamente dalle direttive europee del quinquennio precedente (e che tanta parte ha avuto per quanto riguarda i prodromi della crisi del nostro sistema finanziario). Secondo, i due Testi Unici, sia del 1936 sia del 1993, descrivono semplicemente la gerarchia dei creditori nel rimborso dei rispettivi crediti, ma non vietano in alcun modo un intervento dello Stato – o di altri soggetti pubblici – in qualità di garante di ultima istanza del sistema. Che è, appunto, proprio quello che vieta la direttiva BRRD, la quale in un colpo solo – Renzi compiacente – ha eliminato l’unico vero asset cui una banca non può rinunciare. La fiducia.

Il nostro uomo, preso da una specie di possessione mistica (o demoniaca), si lancia quindi in una intemerata contro i salvataggi pubblici a spese del contribuente (preferendo, evidentemente, i salvataggi privati a spese sempre del contribuente, come quelli che hanno permesso a Ubi e Intesa di vedersi regalare alcune banche e qualche miliardo di Euro dallo Stato) per poi passare, chissà perché, a lamentarsi delle “svalutazioni competitive” che, prima di Maastricht, avrebbero comportato per l’Italia una “inflazione a due cifre” (siamo attorno al minuto 3:50). Siamo di nuovo nel campo delle falsità conclamate. L’inflazione a due cifre, in Italia, c’è stata soltanto nel decennio 1973-1983, a causa dei due shock petroliferi del 1973 e del 1979. Per saperlo, basta andare su internet; comunque, a beneficio di Giacalone, mettiamo il grafico qui accanto, che dimostra più di qualsiasi parola la mancanza di correlazione fra inflazione e svalutazione della moneta. D’altronde, come si sa, il petrolio si compra in dollari: qui sotto vedete svalutazioni e rivalutazioni dell’Euro rispetto al biglietto verde negli ultimi anni (che sono stati anni, come si sa, di deflazione o inflazione prossima allo zero).

Giacalone spara ancora altre bufale (o fake news, come si dice oggi), tra cui (minuto 5:18) quella secondo cui solo Monti avrebbe fatto austerità.

Ora, l’Italia è in avanzo primario ininterrottamente dal 1992 (escluso il 2009); la Francia – per dire (ma il Regno Unito è messo anche peggio… o meglio, a seconda dei punti di vista) – in disavanzo dal 2001.

Ma fin qui, tutto normale. Giacalone lo conosciamo. Quello che allibisce è il comportamento di Alessandra Sardoni che, in studio, quasi zittisce le pacate repliche di De Masi per schierarsi, con un certo sorriso di sufficienza, a fianco del, diciamo, collega.

Il solito, terribile, quasi insolubile problema dell’informazione italiana.

TAG: Bail in, Banche, Giacalone, Inflazione, Svalutazione
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