Quarant’anni fa, il 9 maggio 1978, fu trovato il corpo senza vita dell’On. Aldo Moro, lasciato nel portabagagli di una Renault rossa in di Via Caetani, ovvero, tra piazza del Gesù e via delle botteghe oscure, dove si trovavano le sedi della DC e del PCI rispettivamente. Dopo quei 55 faticosi giorni di sequestro che colpì il cuore dello Stato, il terrorismo politico e i suoi complici (nel nome di ideali astratti) posero fine alla vita di politico, di un professore, di un padre.
Il Caso Moro continua a suscitare molte perplessità, lasciando dietro di sè più domande che risposte. Scrittori, ricercatori e la stessa commissione d’inchiesta fanno fatica a collegare tutti i puzzle di un’operazione che ha visto agire le BR in prima fila, ma anche i servizi segreti deviati e gruppi di interesse disposti a fermare – anche con la morte – non tanto il compromesso storico quanto una politica lungimirante basata nell’incontro, nel dialogo, nella tolleranza e nell’approfondimento della democrazia.
Quando si parla di Aldo Moro, quasi tutti i discorsi ci portano al 1978, al sequestro e alla tragedia che hanno macchiato l’intero assetto costituzionale della storia repubblicana. Senza nulla togliere alla necessità di scoprire la verità su quanto è veramente accaduto durante quei drammatici 55 giorni del sequestro, ma se si riconduce la memoria di Moro a quel singolo evento si rischia di dimenticare la carriera di uno Statista che ha contribuito in primis alla costruzione di una società fondata nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali.
Dopo quarant’anni della sua scomparsa, è il momento di riscoprire la testimonianza di uno statista che ha profumato la politica con i valori del vangelo. Mai soddisfatto con l’applicazione di una democrazia formale, ha dedicato la propria vita all’approfondimento dei suoi valori, alla promozione dei diritti umani, alla cooperazione e alla strategia dell’attenzione che aveva come obiettivo il superamento conflitto e delle ideologie stesse per realizzare politiche che consentano delle soluzioni efficaci ai problemi reali.
La strategia dell’attenzione si era rivelata un metodo utile per la ricreazione di una democrazia in continuo rinnovamento, tutelata dai propri rappresentanti politici, i quali, nonostante le proprie differenze, trovino ogni tanto, quelle “convergenze parallele” che permettono di promuovere il bene comune aldilà delle diverse fratture.
Nonostante l’azione politica di Moro appartenga ad un altro contesto, il suo contributo ci torna utile nel presente momento storico in cui la classe poltica è ripiegata su sè stessa, la nostra generazione non trova spazio di inserimento in una società che fa fatica anche a ricreare simboli e valori condivisi. Infine, la Strategia dell’Attenzione e le “Convergenze Parallele” sono risorse utili per affrontare i mutamenti in atto e salvare una democrazia sempre più a rischio.
Chi ha ucciso Moro pretendeva eliminare le sue idee. Se vogliamo onorare la sua memoria, non possiamo fermarci a quel 9 maggio, ma dobbiamo inseguire il suo esempio che va molto oltre e si rivela ancora vigente nella realtà politica contemporanea.