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Quando la legalità diventa un brand

| 13 Aprile 2018 | ATTUALITÀ

“Le associazioni antimafia stanno diventando un business e bisogna smetterla di erogare contribuiti in maniera così consistente, così come bisogna smetterla di far intervenire gli studenti ad incontri molto spesso inutili sulla legalità e sulla criminalità organizzata. Si potrebbero organizzare di pomeriggio in orari extrascolastici e non di mattina quando i ragazzi devono fare lezione. Basta insomma con l’antimafia di parola e di maniera”. Ne ha per tutti il Procuratore Nicola Gratteri e come si potrebbe dargli torto?

In Italia le associazioni antimafia iscritte nei registri delle regioni e dei comuni sono circa 2000. Costituire una associazione antimafia è semplice: basta prendere il nome di un eroe antimafia per attirare l’attenzione, costituirsi in associazione onlus e stilare uno statuto per poi iscriversi all’albo regionale delle organizzazioni di volontariato. Stessa cosa dicasi per le fondazioni che, una volta costituite, possono richiedere il riconoscimento alla prefettura e quindi potranno operare a carattere nazionale di conseguenza in ambito regionale.

Associazioni che, oltre al contributo degli iscritti, accedono al 5 per mille. Comitati e coordinamenti nei quali girano svariati milioni di euro distribuiti tramite finanziamenti nazionali/locali o grazie all’acquisizione di bandi e progetti nelle scuole. Spesso i loro bilanci risultano introvabili e la loro contabilità non è del tutto trasparente. Un ottimo business per tutte le associazioni a partire da quella di Libera, sono i processi di mafia che diventano una vera e proprio macchina per fare soldi. Come? Semplice, basta costituirsi parte civile per ottenere lauti risarcimenti.

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Alcune di esse hanno sedi in tutta Italia proprio per potersi costituire nei vari processi sparsi da nord a sud. Solo per Mafia Capitale le richieste delle associazioni per costituirsi parte civile sono state 64: 41 bocciate e 23 accolte. Libera, nell’anno 2014, ha ottenuto un risarcimento di 500 mila euro nel processo “Meta” che vengono reimpiegati per l’assistenza legale dei familiari vittime di mafia o per i testimoni di giustizia. La Federazione Antiracket Italia al processo “Infinito” ha ottenuto un risarcimento di 50 mila euro ed è solita girare nei vari tribunali per verificare quali potrebbero essere i procedimenti interessanti nei quali potersi costituite parte civile. E se l’imputato di turno non ha proprietà o conti? Niente paura, ci pensa lo Stato a pagare le associazioni che si sono costituite parte civile attingendo al fondo vittime della mafia.

Altro tesoro sono i beni confiscati. Libera ha una sorta di “monopolio” sulla gestione dei beni grazie alle tante associazioni satelliti che le gravitano intorno e gestisce 10 milioni di euro in beni confiscati. Se pensate che le associazioni mafiose stanno a guardare, vi sbagliate di grosso… Il pentito della ‘ndrangheta Luigi Bonaventura ha dichiarato: “La ‘ndrangheta studia a tavolino la possibilità di avvicinare associazioni antimafia per continuare i propri affari”. Un business, quello dell’antimafia, che diventa un vero e proprio brand e tutti fanno a gara per ottenere la fetta più grossa disponibile sul mercato.

Non serve essere Ciottiani o Saviniani per trasmettere la legalità ai ragazzi, non servono le associazioni ma solo la buona volontà di privati cittadini che, gratuitamente, dedicano parte del loro tempo alla vera causa dell’antimafia.

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