Se non ora, quando? – Spiragli di uscita concordata dall’Euro

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Ha fatto scalpore – anche grazie all’ottima copertura di Antonio Grizzuti – la posizione (non nuova, ma mai così fortemente sottolineata) degli influentissimi economisti tedeschi Clemens Fuest e Hans-Werner Sinn in merito alla necessità di inserire nei Trattati UE una clausola di uscita dall’Euro. Fuest – partendo dal presupposto che il programma di Matteo Salvini non è compatibile con le attuali regole dell’UEM (notare che nessun accenno in questo senso è stato fatto a Luigi Di Maio, e qualcosa vorrà dire) – ritiene che “l’articolo 50 del Trattato di Lisbona… non è ottimale, perché implica che un Paese desideroso di uscire dall’Euro debba anche lasciare l’Unione europea”, mentre sarebbe più utile un “meccanismo che… permetta a un Paese di uscire dall’Euro ma di restare nella UE…“.

Ha fatto scalpore, in primo luogo, perché – a una prima lettura – le parole degli economisti dell’Ifo suonano quasi come un riconoscimento della legittimità (politica) della posizione della Lega di Salvini, a dimostrazione di come ciò che appare irreversibile entro un dato assetto di rapporti di forza lo sia assai meno quando questi rapporti di forza si modificano, o addirittura si ribaltano.

Ma dovrebbe ancor più fare scalpore perché la proposta, sottesa a tale posizione, da un lato si qualifica come il classico “trappolone” delle élite tedesche nei confronti di burocrazie assai meno attrezzate culturalmente (ne sa qualcosa la Francia di Mitterand), ma dall’altro mostra con chiarezza l’attuale difficoltà e la debolezza tedesca, derivante da due enormi problemi che la Germania si è, in pratica, creata da sola e da cui ora non sa come uscire (cosa che accade a quell’affascinante Paese una volta ogni cinquant’anni circa). Due problemi che sovrastano addirittura il pericolo di una rivalutazione della moneta tedesca, che all’Ifo pensano di riuscire a ridurre tramite vendite massicce come una Svizzera qualunque (pare infatti che in Germania l’Euro non sia, come in Italia, solo una moneta – © Giannino & Ferrero, i gemelli del globalismo di destra e di sinistra – ma uno strumento la cui rivalutazione inciderebbe sull’export della Nazione).

Il primo problema attiene al fatto che l’Euro produce deflazione salariale e la deflazione salariale – che si ottiene incrementando la disoccupazione – riducendo la produzione azzera necessariamente i tassi di interesse. Fenomeno anche carino per chi ha il mutuo a tasso variabile (quorum ego), ma che – se si protrae per un lasso di tempo troppo lungo – crea pressione sui margini degli Istituti di credito (che lavorano sulla forbice fra costo della provvista e prezzo degli impieghi), rende insostenibile il sistema pensionistico, soprattutto quello privato, non permette un ritorno significativo alla massa enorme di liquidità investita in Europa dai cittadini tedeschi nel quadro del sistema mercantilistico di quel Paese.

Per usare le ipsissima verba di Fuest: “un tasso di cambio basso è buono per gli esportatori tedeschi, ma è negativo per i consumatori. E tassi d’interesse bassi in generale non sono negativi per la Germania, non positivi, perché questo è un Paese esportatore netto di capitali… Oggi 900 miliardi di euro tedeschi… sono investiti nei saldi Target, il sistema di pagamento della Banca centrale europea, a interessi zero. E il resto dell’area euro, Spagna e Italia in particolare, beneficiano del credito a buon mercato…“.

Ed ecco emergere il secondo problema. I saldi Target2, cioè crediti perpetui, non garantiti, sostanzialmente inesigibili, vero buco nero in cui si sta suicidando il mercantilismo tedesco. I commentatori – ovviamente, non quelli italiani (qui la traduzione dell’articolo di Die Welt) – lo hanno notato immediatamente.

Ad oggi, indipendentemente dalla qualifica che si voglia dare ai saldi Target (veri e propri debiti e crediti, mera annotazione di flussi finanziari), l’unico che crede veramente che possano essere ripianati in caso di uscita di un paese dalla UEM è Mario Draghi. Il suo probabile successore, Jens Weidmann, per mettere una toppa al sullodato buco, ha invece proposto – non molto tempo fa – la traslazione di garanzie dai “Paesi finanziati” a quelli “finanzianti”, tramite costituzione di collateral (in oro, dollari, titoli di Stato) ai saldi Target2 negativi. Proposta ripresa poco tempo dopo proprio da Sinn e dall’Ifo, guarda un po’ tu il caso.

Ora, se disposizioni di questo tipo fossero messe in pratica, in pochi anni gli Stati periferici dell’Unione Europea verrebbero depauperati (come ben argomenta Vincent Brousseau) di tutte le loro ricchezze, dopo di che l’Euro, comunque, imploderebbe. In questo senso si è parlato, più sopra, di “trappolone”.

Ma disposizioni di questo tipo, per il momento, non esistono. Non ci sono. Dovrebbero essere concordate. Ancora una volta emerge l’enorme potere contrattuale dell’Italia in questo momento. Il nuovo governo – liberatosi finalmente dei Gentiloni e dei Padoan – potrebbe infatti farsi promotore di una discussione per la determinazione delle migliori modalità di dissoluzione controllata dell’Eurozona; in caso di rifiuto, dirsi pronto (anche grazie ai mini-bot di Claudio Borghi) ad abbandonare la nave anche unilateralmente. E in questo caso, i quasi 450 miliardi di saldo negativo Target 2 del nostro Paese non sarebbero un macigno, ma una importante arma di… persuasione. Too big to pay, potremmo dire. E allora: se non ora, quando?