Qualche utile insegnamento dalla Lettonia

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Una settimana fa, più o meno, gli Stati Uniti hanno deciso di imporre pesanti sanzioni a ABLV Bank, la terza maggiore istituzione finanziaria della Lettonia, vietando alla banca di aprire o mantenere un conto corrispondente negli Stati Uniti a causa di preoccupazioni di riciclaggio di denaro.

Esiste infatti negli USA un’istituzione – la “Rete per la lotta contro i reati finanziari”, più nota come “FinCEN” – cui è commesso il compito di “agire contro le banche straniere che ignorano le misure di salvaguardia contro il riciclaggio di denaro e diventano condotte per attività illecite diffuse”, per esprimersi con le parole del Segretario del Tesoro statunitense Steven Mnuchin. Il che è come dire che gli Stati Uniti si arrogano il diritto di applicare la propria legislazione e, se del caso, il proprio potere punitivo, in ogni angolo del Globo. Non una novità, certo, ma vederselo sbattuto in faccia da un Ministro fa sempre un certo effetto.

Torniamo ai fatti. Secondo il FinCEN, ABLV avrebbe per così dire “istituzionalizzato” il riciclaggio di denaro, facendo un pilastro delle pratiche commerciali della banca; nella pratica, avrebbe semplicemente permesso ai suoi clienti di violare le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite (cioè dagli USA) sulla Corea del Nord in relazione al suo programma di armi nucleari (cioè a qualsiasi transazione finanziaria).

Nonostante le proteste di ABLV Bank (“dopo l’esame preliminare del documento, riteniamo che… le informazioni [utilizzate siano] infondate e fuorvianti”), la Banca Centrale Europea (BCE) ha dichiarato “una moratoria temporanea sulle operazioni di debito in tutte le valute presso ABLV Bank”. In altri termini, “temporaneamente, e fino a nuovo avviso, è stato imposto un divieto di tutti i pagamenti da parte di ABLV Bank sulle sue passività finanziarie”. La Banca Centrale Lettone non ha potuto che prendere atto della decisione, non senza una punta di irritazione (“questa è una decisione della BCE, e l’abbiamo accettata sulla base delle istruzioni della BCE”; “il compito principale di un soggetto regolatore delle istituzioni finanziarie è la stabilità generale del settore, la principale questione che è stata presa in considerazione al momento di accettare questa decisione”).

Come conseguenza ovviamente imprevedibile di questa escalation, la BCE ha reso noto come “negli ultimi giorni ci sia stato un forte deterioramento della posizione finanziaria di ABLV”. La Banca Centrale Lettone, pertanto, ha acquistato Titoli di Stato del Paese di proprietà della banca per migliorarne la liquidità, dopo che la stessa ABLV aveva incontrato ovvie difficoltà a cedere sul mercato alcuni asset. Nel frattempo, però, il Governatore lettone si è dimesso per accuse di corruzione.

Piccola storia di ordinaria amministrazione finanziaria europea, da cui però si possono imparare alcune lezioni interessanti. Motivo per cui, a quanto ci consta, nessun giornale italiano ne ha parlato diffusamente (escluso il Fatto Quotidiano per quanto attiene i problemi di corruzione: si sa che, su certe materie, la direzione non resiste). Prova in più, se ce ne fosse bisogno, che in Italia i media non solo non rappresentano affatto la soluzione, ma anzi sono gran parte del problema.

Prima lezione. Che la vigilanza bancaria europea non funziona. Semplicemente perché non può funzionare. Ne abbiamo avuto fulgidi esempi anche in Italia, in attesa che – prima o poi – scoppi (o sia fatto scoppiare) il bubbone tedesco. Col peccato originale del principio one size fits all, inquinata da interessi geo-politici, incapace di contrastare i più pericolosi rischi bancari (basti pensare alla questione dei derivati) è destinata necessariamente a fallire.

Seconda lezione. Che l’Europa forte, che ci protegge oggi economicamente e domani addirittura militarmente, non esiste. Semplicemente perché non può esistere. Prendiamo atto che gli Stati Uniti interpretano in modo ampio e muscolare il loro ruolo di potenza egemone, come dimostra questa piccola vicenda, come dimostrano le sanzioni alla Russia, come dimostra l’obbrobrio giuridico della normativa Fatca.

Nel mezzo di una guerra, per il momento solo valutaria, fra Germania (esportatrice e dumpista) e Stati Uniti (per così dire acquirenti di ultima istanza), è allora il caso di legarci mani e piedi alle sorti dell’Unione Europea? Quando arriverà la sberla bancaria, forse Deutsche Bank riuscirà a rimanere in piedi, ancorché assai ammaccata (a meno di non voler ripetere l’esperienza Lehman Brothers alla decima potenza), ma cosa succederà a Intesa, per non parlare di Unicredit?

Nel 1946 la Germania era distrutta. Ma il fronte, negli anni precedenti, era passato pure nel nostro Paese. Ricordiamocelo.

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