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Di Matteo: riaprire indagini per mandanti e Berlusconi

| 14 Settembre 2017 | IL FORMAT

A 25 anni dalla strage di Via d’Amelio, nessuna verità è certa, Solo pezzi di verità o finte verità che hanno contribuito solo a depistare le indagini ed a ritardare ulteriormente quella giustizia che non solo richiede la famiglia, ma anche gli italiani onesti.

Nell’anniversario della strage, la figlia del giudice Borsellino, Fiammetta, posto l’attenzione sulle lacunose indagini ed omissioni da parte della magistratura.

“Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna come pentito fasullo”, riferendosi a Scarantino, ad una Procura massonica guidata all’epoca da Tinebra poi morto, ma dove c’erano Anna Maria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo. A seguito di tali affermazioni, Nino Di Matteo ha chiesto di essere sentito in Commissione Antimafia.

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Lo stesso ha dichiarato che si punta a screditare il suo operato piuttosto che concentrarsi su nuovi elementi di prova. Inoltre, per quanto affermato dalla figlia del giudice Borsellino, a quei tempi, Di Matteo era uditore giudiziario e nulla più. La Presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, ha espresso la sua piena fiducia al P.M. Di Matteo ritenendo che non sono stati 25 anni persi, ma sono emerse almeno le finte piste.

Amara consolazione per i familiari e per il popolo onesto!

Alcune informazioni vere, erano arrivate a chi le ha sfruttate per addestrare Scarantino provocando il depistaggio e si può facilmente supporre che ciò è stato attuato in accordo con quella famosa zona d’ombra tutt’oggi sconosciuta. Gli elementi di novità ai quali si riferisce Di Matteo, riguardano le intercettazioni in carcere del Boss Graviano il quale parla di Silvio Berlusconi come implicato nella strage.

E’ noto che Berlusconi è stato indagato da tre Procure italiane per concorso esterno in associazione mafiosa di cui mai è stato formalmente condannato. Il suo ruolo aleggia sempre marginalmente ma le dichiarazioni rese dai vari pentiti, o le intercettazioni come in questo caso, non sono mai state risolutive e ritenute attendibili.

Dopo un quarto di secolo l’unica cosa certa è lo sdegno e la rabbia della famiglia Borsellino che non ha uno straccio di verità riguardo la morte del giudice. Comprensibile lo sfogo della figlia Fiammetta, comprensibile che si sentano abbandonati.

Le istituzioni si ricordano di Paolo Borsellino solo nelle occasioni di cerimonie e commemorazioni e nulla fanno per arrivare ad una verità che sarebbe sicuramente sconcertante poichè riguarda anche pezzi dello Stato, ma che metterebbe la parola fine, non al dolore dei familiari, ma al rammarico di non avere ancora giustizia.

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