Macron e la grandeur

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La grande stampa della piccola Italia si straccia le vesti e piange lacrime amare per l’interventismo nazionalista del Presidente francese, già incautamente osannato come possibile salvatore della patria europea ed ora additato come nemico del nostro
Paese. Il provincialismo pressapochista di questi commentatori fa sorridere chiunque abbia una modesta conoscenza degli equilibri internazionali ed abbia letto con interesse qualche libro di storia.

Da sempre la Francia è uno stato orgoglioso della propria grandezza, al punto di pretendere una larga autonomia all’interno della NATO, fondata peraltro su di un arsenale nucleare forte di 300 testate e di un esercito pronto ad intervenire in tutte le aree di antica influenza coloniale, senza chiedere il permesso ad alcuno. Il gollismo è stato l’interprete principale di questo sentimento, ma anche un socialista come Mitterrand si è mosso col piglio del capo di una grande potenza, solleticando l’ancestrale vanità del suo popolo.

Adesso i transalpini, dopo l’incerta e mediocre presidenza Hollande, hanno individuato in Macron il leader capace di riportare la Francia all’altezza delle sue aspirazioni e non l’hanno certo eletto perché s’impegnasse a rilanciare l’Europa, come avevano sperato alcuni ingenui protagonisti della politica italiana, ma nella prospettiva di una riconquista della mitica grandeur. 

A quanti si lamentano per forzature e prevaricazioni alle quali il nostro Paese sarebbe sul punto di soggiacere, con riferimento a nazionalizzazioni ed interventismo in Libia, si rammenta che a casa nostra prevalgono i fautori di una politica debole, quelli che sono sempre atterriti dal fantasma dell’uomo solo al comando, che guardano al potere democratico come ad un’entita’ mostruosa, un Leviatano che minaccia di inghiottire la loro libertà. Si tengano pure l’Italietta, senza rompere le scatole con piagnistei e recriminazioni.

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