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Fascismo e comunismo

| 13 Luglio 2017 | ATTUALITÀ

Nella bollente estate 2017, a seguito dell’iniziativa del deputato PD Fiano, che ha proposto di sanzionare efficacemente il già esistente reato di apologia del fascismo, è esplosa una furibonda polemica sulla opportunità ed urgenza dell’introduzione di una normativa oltremodo lesiva, a parere di molti, della libertà d’opinione. Da destra si osserva che altrettanta sensibilità non viene dimostrata nel contrasto all’ideologia comunista, a cui possono essere ricondotti crimini contro l’umanità di portata anche maggiore di quelli perpetrati dai regimi nazifascisti.

Sembra che, improvvisamente, sulla memoria storica sia calato un velo imbarazzante, come se la vicenda del novecento, con gli sconvolgimenti epocali e le tragedie che l’hanno contraddistinta, non fosse mai esistita. In Italia, si ricorda sorridendo agli immemori, la dittatura fascista ha avuto come principale oppositore il partito comunista, di stretta osservanza stalinista, che è stato il maggiore protagonista della resistenza e ha dato un contributo significativo alla scrittura della Carta Costituzionale, nella quale, evidentemente, non poteva essere inserito come valore fondante l’anticomunismo.

La storia la scrivono i vincitori ed il PCI, per il ruolo da protagonista assunto sul campo nella fondazione della repubblica, è stato inserito di diritto nell’arco costituzionale dei partiti “democratici”, dal quale rimanevano esclusi soltanto gli epigoni del disciolto partito fascista.
Nel corso del dopoguerra il ruolo del PCI si è via via consolidato, come principale partito di opposizione, in una democrazia sempre più consociativa, sino all’esperienza dei governi di unità nazionale ed al compromesso storico con la DC. 
Solo dopo la caduta del muro di Berlino e la crisi del socialismo reale, come forma di governo esclusivo dell’area egemonizzata dall’URSS, anche in Italia il PCI ha avvertito la necessità di cambiare nome.

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Ma può il lupo, improvvisamente, dismettere il vizio unitamente al pelo? E tutte le filiere del vecchio potente partito, dal sindacato ai club dell’intellighenzia, dileguarsi e sparire d’incanto, dopo aver dominato per decenni il Paese nei gangli decisivi dell’università, della magistratura, del cinema, della letteratura? Evidentemente no. Ed è per questo che in una comunità con debole tradizione liberale e due chiese a lungo imperanti, la cattolica e la comunista, mettere sullo stesso piano Mussolini e Stalin non è materialmente possibile e, se qualcuno si accingesse a proporre l’introduzione del reato di apologia del comunismo, la spessa coltre di ipocrisia che ci avvolge verrebbe lacerata ed esploderebbe la rabbia di chi finge di aver accettato che l’utopia è morta, mentre vive ed opera nei resistenti di ieri e di oggi.

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