Il piccolo Charlie. Dramma e dilemma

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Può capitare che dobbiamo decidere in maniera terribile e innaturale, costretti da un gioco spietato di terribilità e di innaturalità che non lasciano alcuna via di fuga, che non permettono di lasciare il campo fino al compimento obbligato della tragedia.

Non c’è scandalo più grande che possa accadere in seno all’umanità della sofferenza e della morte di un bambino. Non c’è dolore più grande che possa provare l’uomo quanto il dolore di una mamma, il dolore di un papà.

La vicenda del piccolo Charlie ha fatto il giro del mondo, riempiendo le pagine dei giornali, dei social, e suscitando ovunque e in tutti commozione, ma anche dibattiti di etica e di morale, di giurisprudenza e di diritto, sdegno, riflessione e l’amara constatazione su certe situazioni estreme cui non vorremmo mai essere chiamati e dove nostro malgrado ci troviamo a dover agire, costretti a soluzioni angoscianti.

Ma la vicenda di questo bambino sfortunato è stata condotta spesso ed esclusivamente sull’onda dell’emozione e del sentimento. Che ci stanno tutti, assolutamente: di fronte ad un bambino che muore, senza alcuna possibilità d’essere salvato, ci sta tutto. Deve starci tutto.

Ma non è che se Charlie se ne va negli Stati Uniti oppure a Roma, viene salvato. Charlie non può essere salvato. E Charlie non vive affatto bene. Anzi, Charlie soffre senza alcuna speranza di risoluzione. Ed è questo il dramma. E’ giusto che un bambino soffra? No, non è giusto, anzi è contro ogni logica, anzi è contro natura. E’ giusto che alla fine siano dei giudici a decidere che un bambino debba morire, ordinando di staccare la spina che lo tiene in vita? La ragione dice di sì e nello stesso tempo dice di no.

Ma i giudici che hanno deciso di staccare le macchine non sono dei rimbambiti. Non si può prolungare la sofferenza di un essere umano. Non si può prolungare la sofferenza di un bambino. E’ la natura, la ragione, è il sentimento medesimo che si ribella. Per quanto diventi straziante, bisogna prendere una decisione finale non più originata dai labirinti delle emozioni, ma che procede invece, anche se in maniera lucidamente spietata, sulla base delle categorie oggettive dei fatti. E’ giusto dire no a questa decisione dei giudici? Sì, è giusto, è lecito, è normale, è naturale, perché dinanzi ad una decisione che vota alla morte, la ragione si ribella.

Ma se umanamente è stato tentato tutto, se umanamente non c’è più nulla da fare, se Charlie deve continuare a soffrire inutilmente, allora è meglio lasciarlo andare. No, in realtà non è meglio. Bisogna lasciarlo andare e basta. E’ un assurdo gioco al massacro di una ragione umana costretta quasi a massacrare se stessa, dato che non concede altra scelta, ma comunque nell’interesse e nel rispetto di una dignità che mai come in un essere piccolo e indifeso e innocente diventa così sacra, inviolabile, assoluta. Una decisione, quella dei giudici, terribile ed impietosa, certo, anzi disperata, ma che viene dettata al solo scopo di porre fine ad una situazione dolorosa ed intollerabile.

Un bambino non può continuare a soffrire. Sarebbe un sacrilegio.

Rimane il dramma insieme al dilemma. Staccare le macchine che tengono in vita Charlie appare come il male minore, perché significa porre fine ad una vita artificiale e riportarla alla sua condizione naturale, lasciando che la natura faccia il suo corso.

Ma se potessimo guardare questo bambino con gli occhi ed il cuore della sua mamma, consegnare alla morte un figlio perché non c’è più nulla da fare lo sentiremmo davvero come il meno peggio? Ce la faremmo?

Si può scegliere il male minore? Ma in situazioni drammatiche come questa, esistono davvero un male maggiore ed un male minore? Qui pare non ci sia né l’uno né l’altro. La vicenda del piccolo ed innocente Charlie rimane avvolta solo da un immane dolore.

 

 

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