Sbankati – Mps: i sommersi e i salvati

Con la somma di 8 miliardi e rotti, metà a carico dello Stato e metà degli obbligazionisti subordinati, il Monte dei Paschi è stato - dicono - salvato.

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Dunque, con la modesta somma di 8 miliardi e rotti, metà a carico dello Stato e metà degli obbligazionisti subordinati (ma i privati saranno in gran parte rimborsati ancora a spese del contribuente) il Monte dei Paschi è stato – dicono – salvato. Entro fine anno, dovrebbe agire sul mercato una banca con forte patrimonializzazione, costi contenuti e in diminuzione, senza più sofferenze (cartolarizzate e quindi vendute al mercato per la parte garantita dallo Stato, ad Atlante II per quanto riguarda le tranche junior mezzanine).

Sul piano presentato stamattina dai vertici del Monte e sui dettagli dei rimborsi agli obbligazionisti non professionali (per i quali serve un Decreto Ministeriale ad hoc, atteso entro il mese), avremo modo di ritornare. Per il momento ci limitiamo soltanto a qualche considerazione generale sull’operazione.

L’intervento di Atlante. Atlante è il Titano che sorregge la volta celeste: nel caso concreto, il fondo omonimo avrebbe dovuto sorreggere il valore di mercato dei crediti deteriorati, acquistandone quantità significative a prezzi non speculativi – come quelli offerti dagli operatori specializzati – ma comunque tali da permettere agli investitori guadagni accettabili.

Non a caso, all’epoca della “soluzione di mercato” per Montepaschi vagheggiata da Renzi, gli Npl della banca sarebbero stati acquistati al 27,5% del loro valore. Oggi, l’accordo prevede la cessione al 21% (rispetto al 22,3% registrato nell’ambito della risoluzione delle quattro banche nel 2015) e risulta comunque abbastanza elevato da far sbattere la porta a Fortress e Fonspa, che di Atlante dovevano essere i partner.

Da questo punto di vista, Atlante ha fallito. Così come ha fallito nell’operazione ricapitalizzazione delle due banche venete, regalate – come raccontato qui e qui su questo giornale – a Banca Intesa. Va dato atto a Penati (che pure parlava prima dell’accordo con Mps) di averlo ammesso senza mezzi termini: “pensavo che un mercato degli Npl si potesse realizzare, ma dopo la mia esperienza in questi sei mesi sono scettico”. Penati, in particolare, puntava il dito sia sulle carenze amministrative nella gestione dei crediti, sia sull’aumento di capitale in salsa rignanese progettato per Mps. Ma a sancire l’insuccesso ha concorso in modo determinante anche l’entrata a gamba tesa di Mustier, che ha pensato bene di cedere 17 miliardi di Npl di Unicredit a meno del 13% del loro nominale. Vantandosene, per giunta.

La pezza peggiore del buco. Gli obbligazionisti subordinati saranno rimborsati – tramite un’offerta di scambio dei titoli con obbligazioni senior di nuova emissione, scadenza 2018, lanciata da Mps – per il 100% di quanto investito. Il che, sia chiaro, è un’ottima notizia, ma apre a recriminazioni da parte di tutti coloro che, in situazioni analoghe, non sono stati trattati altrettanto bene.

Non stupirebbe se qualcuno puntasse il dito sul fatto che la platea dei rimborsabili nel caso Mps è più ampia che nel caso delle quattro banche risolte e delle banche venete (per queste ultime, infatti, si rimanda puramente e semplicemente a quanto stabilito per le prime nella Legge di stabilità 2016), o sul fatto che le procedure per la richiesta del maltolto non coincidono (per Mps si passa dal C.d.A. della banca, per gli altri da un apposito collegio arbitrale).

I maligni, c’è da starne certi, vedranno in queste non tanto piccole differenze il riflesso della geografia politica italiana, oltre che della circostanza di aver fatto del Monte, negli ultimi vent’anni, un feudo rosso a tutti gli effetti.

E poi c’è un’ulteriore questione. Chi – con un comportamento razionale, visti gli eventi – ha venduto sul mercato quegli stessi subordinati magari all’80%, si trova ad aver subito una perdita che nessuno indennizzerà mai; chi, invece, ha rischiato tenendoseli, sarà risarcito. E meno male che la Direttiva BRRD era nata per evitare l’azzardo morale… Certo, si può ribattere che la situazione è talmente complessa che ogni soluzione non è perfetta; e infatti il peccato originale è proprio di aver traccheggiato fino a finirci dentro mani e piedi, in una situazione del genere.

Un piano esuberante. I dipendenti del Monte diminuiranno di 5.000 unità (su 23.000 totali). Cioè a dire che vi saranno 5.000 persone in meno pagate dalla banca. Per fortuna nessuno sarà licenziato – vi saranno pensionamenti ed esodi incentivati grazie al fondo di solidarietà – ma resta il fatto di una contrazione significativa dell’occupazione.

Il prepensionamento, l’esodo, se incidono in modo non devastante nella vita di chi li subisce (e meno male!), sono prospetticamente un posto di lavoro in meno per l’ennesimo giovane che, senza sua colpa, si troverà a spasso. Sono un altro piccolo passo nel percorso di distruzione di questo Paese. Ma la carta stampata preferisce parlare di “esuberi”, di “personale in libertà”, di “cura dimagrante”, così come se fosse un gita fuori porta per Pasquetta, o una cenetta a pinzimonio per recuperare la linea in vista della prova costume.

Per la dignità non si possono fare aumenti di capitale.