L’Editoriale – Gli effetti collaterali del JobsAct

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Esattamente una domenica di maggio del 2007, nella sala grande di Palazzo Vecchio a Firenze, si tenne un convegno sulla società odierna e i parametri sociali a confronto con il mondo del lavoro. Un convegno che espresse l’analisi politica che accostava il senso sociale alla metamorfosi dei ristrettivi provvedimenti imposti dall’Unione Europea, che da lì a poco avrebbero preso il pieno possesso dell’intera zona euro. Sebbene all’indomani del crac finanziario americano che coinvolse l’emisfero finanziario, come è ben noto, i mercati sovranisti confluirono in un default economico caratterizzando, inevitabilmente, i corrispettivi indebitamenti con la BCE. Proprio in quel convegno di Firenze, infatti, si respirava un aria di fallimento preannunciato, l’equivalente di una premonizione di come sarebbero andate le cose. Un fallimento politico culturale che pose il sigillo sulle disuguaglianze sociali, culturali ed economiche (così è stato).

Per la serie “è l’Europa che c’è lo chiede” il pezzo forte arriva con il tanto decantato JobsAct, che riaccende una discussione seria. Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei Paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso un modello sviluppato dai Paesi del Nord Europa basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione. Un percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni novanta, mai mai seriamente intrapreso. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno dei segmentati dell’Unione Europea: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o atipici praticamente privi di protezioni dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei contratti a termine, sopratutto per i giovani, l’Italia aveva inaugurato un modello perverso denominato flex-insecurity cioè precarietà senza tutela.

Peccato che nessuno ha fatto i conti con gli aspetti più problematici del JobsAct riguardo alle politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il JobsAct non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile. Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose.

L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat). Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il JobsAct ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi. Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del JobsAct e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti.