Dopo lo scoppio del bubbone bancario lettone, ecco la vicenda Embraco (società brasiliana parte del gruppo Whirlpool) a dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che il re è nudo.

La vicenda – che è diffusamente descritta qui, ma che in sostanza si riassume nella cessione di una azienda italiana ad una multinazionale statunitense la quale, acquisito il necessario know-how, progressivamente delocalizza in Paesi UE con più basso costo del lavoro – è esemplare della disfunzionalità dell’Unione Europea e della incapacità, a voler essere gentili, della nostra classe dirigente.

L’Europa, oggi, da un lato rappresenta un mercato unico dei capitali fortemente integrato ed un mercato del lavoro sempre meno frammentato, dall’altro sconta 27 sistemi fiscali e 27 sistemi giuslavoristici diversi. Un sistema, cioè, in cui è impossibile per uno Stato contrastare comportamenti opportunistici quando non addirittura elusivi da parte delle gradi aziende (i contorcimenti normativi sulla c.d. web tax ne sono un esempio lampante), ma che è ottimo per ingenerare una competizione al ribasso – sulla pelle dei lavoratori – da parte dei Paesi membri.

Cosa è andato a chiedere, in fondo, Calenda, col cappello in mano, a Bruxelles? Di imporre alla Slovacchia di alzare gli stipendi, cioè il costo del lavoro? No, chiede di intralciare l’utilizzo dei fondi che la stessa UE concede a quello Stato o, quanto meno, di permettere all’Italia di fare, nel caso concreto, aiuti di Stato. Chiede, in altri termini, di poter fare concorrenza – meglio: dumping – alla Slovacchia attraverso incentivi (a Embraco) e riduzione dei salari via cassa integrazione (sempre a favore di Embraco). Quando Alberto Bagnai – avversario nel Collegio di Firenze 1 dell’uomo che si fa spiegare l’economia da Taddei – dice che l’Unione Europea è il manganello usato dalle élite per imporre la moderazione salariale, intende (anche) questo.

Ma se le cose stanno così – se, cioè, il caso Embraco non è un effetto collaterale del sistema, ma è l’obiettivo stesso del sistema – si comprende la totale inconsistenza delle parole di chi, come Romano Prodi, ritiene che dall’impasse si esca con “più Europa”, cioè con una maggiore integrazione fiscale tra i Paesi. Inconsistenza che deriva dalla circostanza che quella integrazione, ove fosse fatta in modo equilibrato, sarebbe in contrasto con le finalità stesse per cui l’Unione esiste. Non ci sono mai – mai – delocalizzazioni giuste.

In questo senso, ha perfettamente ragione Massimo D’Antoni quando dice che un Ministro dello sviluppo economico serio, “invece di andare a Bruxelles…, potrebbe pensare di applicare gli artt. 41 e 42 della Costituzione (funzione sociale della proprietà privata, esproprio per motivi di interesse generale)”. Ma si sa: Maastricht ha modificato (cioè, abrogato) la Costituzione economica del nostro Paese (Sabino Cassese dixit).

Altro che “sogno”. Altro che “pace tra i popoli”. Altro che “cooperazione”. L’Unione Europea è il luogo del tutti contro tutti (la chiamano “concorrenza”), in cui solo parlare di trasferimenti fra regioni o di Eurobond fa inorridire la maggior parte dei governi, in cui il presidente della Commissione ha reso il proprio Paese un paradiso fiscale a chilometro zero, in cui uno Stato fa addirittura dumping linguistico e guarda di malocchio le sanzioni alle multinazionali che, comminate dalla UE, teoricamente dovrebbe incassare al proprio erario. Se anche la Commissione – visto che siamo in campagna elettorale – imponesse alla Slovacchia di non utilizzare i fondi comunitari per scipparci i siti produttivi, resterebbe la disparità fra uno Stato con il costo del lavoro da Paese industrializzato maturo e uno invece con tutele e salari da Paese in sviluppo, che utilizza però la stessa valuta e agisce sul medesimo mercato comune del primo.

Ma c’è anche un’altra importante lezione che si può apprendere da questa drammatica vicenda. E cioè che con un’impresa italiana, radicata sul territorio magari anche a livello del proprio azionariato, si può trattare a livello governativo, con una multinazionale no.

Per cui, quando certi politici – magari consigliati dal prof. Marattin, secondo cui gli investimenti diretti dall’estero non sono debito del Paese che li riceve –  vi dicono che dobbiamo essere attrattivi per i capitali esteri intendono semplicemente dire che bisogna creare le migliori condizioni per svendere marchi e professionalità, in modo da permettere (in caso di necessità) di delocalizzare prontamente all’estero.

Ma, d’altronde, da un partito che cerca di regalare addirittura il mare (mentre altri quasi si fanno la guerra), che si vuole pretendere?