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Il ritorno di Renzi

| 8 Aprile 2018 | POLITICA

Lo scenario postelettorale ci propone un Paese immerso nella fitta nebbia dell’ingovernabilità e partiti frastornati che vagano alla ricerca di una soluzione, mentre incalza l’urgenza di assumere decisioni estremamente rilevanti per il futuro della nostra economia. I vincitori delle elezioni continuano ad annusarsi ed incontrarsi, ma le loro divisioni appaiono insuperabili per due ragioni molto semplici: 1) il M5S non è in grado di superare la pregiudiziale dell’antiberlusconismo; 2) la Lega vuole essere protagonista e non subalterna ai grillini e questo non le consente di uscire dall’alleanza di centrodestra a cui gli elettori hanno dato il 37%. Tale situazione di stallo ha rilanciato il ruolo del PD, pesantemente sconfitto, oggetto di attacchi feroci e tentativi di delegittimazione, scosso al suo interno da una guerriglia fratricida, amputato da una scissione velleitaria, ma oggi appetito, corteggiato ed invocato
come demiurgo della governabilità.

Nelle settimane successive al voto i fautori della resistenza ad oltranza alle manovre di accerchiamento del PD, messe in atto dall’intellighenzia di sinistra e da tutta l’informazione fiancheggiatrice del M5S, hanno lanciato la parola d’ordine “senza di me”, per significare la totale ripulsa ad una commistione tra vincitori e vinti, ma adesso, alla luce del rinsavimento di Di Maio, che ha rimosso la pregiudiziale antirenziana all’apertura di una trattativa, la situazione va riconsiderata. Ed è proprio Renzi, l’unico leader possibile nel campo riformista, a dover assumere l’iniziativa, ritirando le dimissioni e riprendendo in mano le redini del partito, anche in risposta alla provocazione di Orlando, per poi condurre in prima persona un duro confronto sul piano dei contenuti con l’imberbe Di Maio, mettendo a nudo tutte le mistificazioni e dimostrando la irrealizzabilità delle promesse che hanno pesantemente condizionato la campagna elettorale, determinandone il risultato.

Non saranno certo i dieci piccoli indiani in odore di successione al segretario dimissionario a poter indicare vie d’uscita all’inestricabile ginepraio nel quale il voto degli italiani ha cacciato il Paese ed un eventuale ritorno alle urne servirebbe ad aggrovigliare ancor di più le matasse, non a sbrogliarle.

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