Quando negli anni 70 l’Audiocassetta prese piede molti pensarono che per il vinile sarebbe stata la fine. Con l’avvento del Compact Disc Audio, poi, cassette e vinili sparirono, relegati in qualche piccolo e remoto spazio buio delle cantine e della memoria.
Nonostante ciò il vinile ormai da diversi anni sta vivendo una sorta di nuova giovinezza. A differenza delle audiocassette, che nel corso degli anni si sono dimostrate essere difficili da conservare in condizioni ottimali (chiunque abbia tentato di ri-ascoltare qualche vecchia cassetta sa di cosa parlo), i vinili hanno manifestato una maggiore capacità di resistere allo scorrere del tempo.
Come faccio ormai da diverse edizioni anche questo weekend ho partecipato al Novegro Vinile Expo, la più grande fiera del disco italiana (di cui avevo parlato qui), evento che ogni volta mi stupisce per la sua capacità di attirare un’estrema varietà di appassionati.
Troviamo infatti ad accalcarsi ai banchi degli espositori ragazzi giovani, certamente troppo giovani per aver maneggiato i vinili nell’era pre-CD, fianco a fianco con ragazzi “un po’ meno giovani”, persi nel viale dei ricordi, pensando a quando in gioventù provarono invano, grazie a piccoli lavoretti saltuari, a risparmiare i soldi per comprare quello stesso vinile del loro adorato cantante preferito che ora stringono fra le mani dopo anni.
Da un lato c’è l’audiofilo rodato che cerca il disco in perfette condizioni da ascoltare in maniera ottimale sull’impianto che ha minuziosamente assemblato negli anni, dall’altro il neofita spinto da grande entusiasmo, inesperto, ma che non vede l’ora di ascoltare quel vinile vintage tanto desiderato sul suo giradischi a valigetta.
Oppure il collezionista, disposto a spendere centinaia di euro per un rarissimo bootleg ancora incellophanato che cede il passo a quelli che io, romanticamente, amo definire “cacciatori di tesori”, ovvero coloro i quali spulciano attentamente ogni singola cassa di vinili in offerta nella speranza di trovare qualche rara perla dimenticata.
Io stesso, non lo nego, ho unito l’utile al dilettevole approfittando dell’evento per aggiungere qualche disco alla mia modesta collezione, come Fragile degli Yes o Drastic Measures dei Kansas.
Altra cosa che ho riscontrato muovendomi fra i vari espositori non è stata tanto l’età media degli acquirenti, quanto l’età media dei dischi acquistati. La maggior parte delle persone, compresi molti giovanissimi, lasciava infatti la fiera portando con sè dischi vintage, musica prodotta nel periodo compreso fra gli anni sessanta e i primi anni novanta, nonostante l’offerta non fosse scevra di dischi molto più recenti e di artisti contemporanei.
Questo, a mio avviso, è un segnale importante: in un’era caratterizzata da sovraproduzioni e intelligenze artificiali generative esiste ancora una forte sottocultura che resiste, guardando al passato in cerca di una musica che suoni più autentica, più vera, che non sembri uscita dal futuro distopico dipinto in 2112 dei canadesi Rush.
Sperando che i Sacerdoti del Tempio di Syrinx rimangano una folle fantasia.