Le elezioni del 2018 entreranno certamente nella storia. Le ragioni sono diverse. La crisi post-elezioni più lunga della storia repubblicana si è conclusa con la consacrazione al governo di un partito che dieci anni fa nemmeno esisteva. Silvio Berlusconi, protagonista indiscusso non solo del centro-destra ma di tutta la politica italiana per più di vent’anni, è stato umiliato dal giovane Matteo Salvini e dalla sua Lega non più Nord bensì nazionale. Ma il 4 marzo entrerà nella storia anche per essere stato il giorno più nero del centro-sinistra italiano. Una vera e propria Caporetto. Una mazzata fortissima, violenta e dolorosa. Il Partito Democratico, considerato guida del centro-sinistra, si è brutalmente mangiato più di metà del suo consenso elettorale nel giro di quattro anni ed è sprofondato ai minimi storici.
Le dimensioni della batosta del 4 marzo richiedevano un profondo ed esauriente processo di riflessione ed auto-analisi, a cui far seguire la fase di ricostruzione. Logica vorrebbe che dopo una sconfitta del genere i dissidi interni si plachino in nome della necessità di dover ripartire da zero. Bisogna mettere le divisioni intestine da parte ed unirsi in un sforzo collettivo finalizzato non solo alla rinascita del partito, ma a quella di un’ampissima parte della politica italiana, il centro-sinistra.
Sono passati poco più di sei mesi dal 4 marzo. Un tempo più che sufficiente per metabolizzare la sconfitta e definire quanto meno le linee guida dell’inderogabile ripartenza. E invece, nonostante tutto questo tempo, nel Pd non è cambiato nulla. In questi sei mesi si sono sprecate le analisi della sconfitta, le riflessioni, i dibattiti, le ricette per ripartire, ma di fatto non si è mosso nulla. Tanti bei discorsi ma sostanza zero. Non si sa quando e se ci sarà una ricostruzione del centro-sinistra italiano guidata del Partito Democratico. Non si sa nemmeno se il Partito Democratico avrà un futuro perché ultimamente si è preso a discutere riguardo l’eventualità di un cambio di nome. Ma che senso ha parlare di cambiare nome quando non si ha ancora la benché minima idea dei contenuti che quel nome andrà a rappresentare? Non si è ancora fatto quel benedetto Congresso che tuttavia da alcuni viene criticato perché se fatto con le regole attuali non produrrebbe altro che ulteriori fazioni e tifoserie. Allora che qualcuno cambi le regole! Onestamente il Pd pare una degenerazione della democrazia in cui tutti esprimono e difendono il proprio interesse individuale ma manca la capacità di definire e perseguire l’interesse collettivo. Il Pd continua ancora ad essere vittima della faziosità e delle correnti interne. Per un partito con un grande consenso elettorale, com’era il Pd nel 2014 quando prese il 41% alle elezioni europee, la presenza di correnti interne è comprensibile. Ma non è ammissibile che lo stesso partito dopo aver dimezzato il suo consenso elettorale ed essere finito sui banchi dell’opposizione, continui ad essere ancora frammentato in numerose correnti e micro-correnti. Attualmente il Pd rappresenta un’accozzaglia di idee e capi corrente senza né capo né coda che occasionalmente cerca conforto nei simboli della sinistra novecentesca: anti-razzismo, anti-fascismo e magliette rosse.
Infine, un paio di cenni per dimostrare che anche il processo di analisi della sconfitta elettorale si è rivelato fallimentare. Lo scorso luglio Marcello Pittella, governatore Pd della regione Basilicata, è stato messo agli arresti domiciliari con l’accusa di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. In seguito a tale avvenimento, una delegazione di esponenti lucani del partito incontrò i vertici nazionali a Roma, incluso il segretario Maurizio Martina. Al termine dell’incontro venne emesso un comunicato in cui si espresse un “messaggio di solidarietà al Presidente della Regione, Marcello Pittella”. Invece di condannare duramente il governatore per il suo operato increscioso, prendendone così le distanze, i vertici del Pd hanno espresso solidarietà. A prova del fatto che tra i democratici non si è ancora capito che tra i motivi della debacle elettorale vi è la percezione di un partito corrotto, soprattutto al Sud.
Alla Festa Nazionale dell’Unità di Ravenna vi è stato tra gli ospiti l’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni, apparentemente sempre più coinvolto nelle dinamiche di potere interne al partito. Durante il suo intervento, Gentiloni ha più volte ripetuto che gli ideali del centro-sinistra progressista italiano ed europeo (era presente anche il primo ministro portoghese Antonio Costa) stanno dalla parte del “giusto”. Dopo aver sottolineato svariate volte questo concetto, Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio e moderatore dell’incontro, ha provocato l’ex presidente del consiglio chiedendogli: “se il Pd è dalla parte del giusto allora gli elettori hanno votato male il 4 marzo?”. Tra alcuni vertici del Partito Democratico vi è la radicata convinzione di essere dalla parte del giusto. Che cosa esprima tale concetto non è chiaro. Da questa idea deriva inevitabilmente una posizione di presunta superiorità non politica bensì morale sul resto della società. Di conseguenza, chi non vota per i rappresentanti auto-proclamati del “bene” sta dalla parte del “male”, o dello “sbagliato”, e perciò ha bisogno di essere educato e riportato sulla “retta via”. Un discorso simile fu fatto anche da Matteo Renzi il 5 marzo. È lampante quanto questo tipo di narrazione sia totalmente estranea al mondo della politica e quindi illogica oltreché dannosa.
Dopo sei mesi dalle elezioni politiche il Partito Democratico continua ad essere lacerato dalla faziosità interna mentre i dirigenti nazionali sembrano non aver ancora compreso del tutto le ragioni che hanno portato alla storica sconfitta del 4 marzo. La rinascita del partito è ancora molto lontana.