Il dato è ormai confermato: i Repubblicani hanno ampiamente perso le elezioni di Mid-Term americane, subendo per altro pesantissime sconfitte quali l’Iowa, l’Ohio ma soprattutto il Texas. Il presidente Trump ne esce con le ossa rotte e vedendo alcuni dei dem da lui più osteggiati (come la deputata Ilhan Omar) venire eletti dall’ondata blue che ha investito il paese.
Certo, è abbastanza normale nella democrazia americana che il partito del Presidente perda consenso alle elezioni di medio termine (specie quando la popolarità del Presidente è in calo) ma ciò non significa necessariamente che i Repubblicani siano realmente spacciati. Non dimentichiamo infatti che nel 2010 l’allora Presidente Obama perse le mid-term per poi ricandidarsi e ri-vincere nel 2012.
Significativo e necessario è, tuttavia, interrogarsi sulle possibili ragioni che hanno portato a questa terribile debacle, anche in vista delle future elezioni nostrane.
The Don, infatti, è noto per una proposta politica incentrata sopratutto sul motto dell’America First e Make America Great Again, una proposta non molto distante dal celebre Prima gli Italiani che sentiamo spesso citare dai politici di area destra nostrani. Si potrebbe quindi frettolosamente concludere che, alla luce di queste ultime consultazioni, una simile politica sia perdente ma noi non vogliamo abbandonarci ad analisi così superficiali, giusto?
Questa tipologia di promessa è in realtà vincente, come abbiamo potuto constatare sia alle precedenti Presidenziali americane sia alle precedenti Politiche italiane, tuttavia si conferma vincente solo quando viene confermata nei fatti. E’ qui che il POTUS ha accusato il colpo: per Trump è stato, a mio parere, tremendamente difficile far collimare l’idea di un “America First” con il supporto militare all’offensiva israeliana contro l’Iran. Una base elettorale che vuole una riduzione delle spese estere in favore di maggiori investimenti interni non può di certo vedere di buon occhio una simile operazione.
Parimenti avrà sicuramente impattato negativamente il grande supporto speso in favore del Premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu, che non gode precisamente di enormi simpatie nello scenario internazionale e che è uscito sconfitto dalle recenti elezioni nonostante il suo partito abbia sfiorato la maggioranza (l’incarico di formare un governo è stato assegnato al suo principale avversario, Eisenkot, che si prepara a dialogare con i partiti arabi per formare un nuovo esecutivo).
Terza ragione, che è comunque strettamente legata alle altre due, è l’ondata di aumento dei prezzi che ha investito il mondo occidentale, sia per il conflitto russo-ucraino sia per la guerra con l’Iran. Entrambi i conflitti, infatti, hanno comportato un aumento esponenziale dei costi dell’energia e dei carburanti che hanno, inevitabilmente, impattato enormemente sull’economia e sui prezzi al dettaglio.
In un simile scenario è stato impossibile per i Repubblicani arginare l’avanzata Democratica, che conquistano sia la Camera che il Senato con una solida maggioranza. Il Presidente, inizialmente pronto a trasformarsi in Mr.Veto, nelle ultime ore ha smorzato i toni parlando di sperare in una futura collaborazione con i blue.
Questo risultato comunque deve fungere da monito anche per la politica nostrana: promettere a gran voce politiche incentrate sullo scenario interno e non realizzarle non può che comportare un tracollo dei consensi, così come il non voler ascoltare il proprio elettorato per favorire le politiche di strutture sovrastatali estere come l’Unione Europea anche quando si posizionano in aperto contrasto con l’interesse nazionale.
Se non si comprende questo semplice principio presto si dovrà fare i conti, anche qui da noi, con uno scenario quantomeno di ingovernabilità, con il conseguente rischio del ritorno di governi di larghe intese che hanno già cagionato sufficienti danni alla nostra povera nazione.