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I Paletti di Lara Magoni: quando i dettagli fanno la differenza.

| 9 Febbraio 2026 | SPORT

La combinata maschile di Milano Cortina lascia all’Italia una sensazione difficile da spiegare a chi guarda solo la classifica. Perché il settimo posto della coppia Giovanni Franzoni – Alex Vinatzer e il quinto di Dominik Paris – Tommaso Sala non raccontano davvero quello che si è visto sulla neve. Non raccontano una gara cominciata nel modo migliore possibile e finita con quell’amaro sottile che resta quando capisci che la medaglia non è sfuggita per inferiorità, ma per dettagli.

Davanti, intanto, la dimostrazione perfetta di cosa sia oggi la combinata moderna: l’oro agli svizzeri Franjo von Allmen – Tanguy Nef, l’argento ex aequo agli austriaci Vincent Kriechmayr – Manuel Feller e all’altra coppia elvetica Marco Odermatt – Loïc Meillard. Atleti completi, sciatori ibridi, capaci di scendere con linee da gigantisti e poi attaccare tra i pali stretti senza cambiare mentalità.

L’Italia, invece, aveva iniziato con una discesa che profumava di medaglia. La prova di Franzoni è stata, per lunghi tratti, da manuale. Pulito, compatto, aerodinamico, con una sensibilità di linea rara per un velocista. Alla Carcentina è passato persino meglio che nella gara in cui aveva conquistato l’argento: ingresso alto, uscita stretta, velocità intatta. Sul salto di San Pietro una piccola incertezza, un filo d’aria in più, quell’atterraggio da riassorbire prima di poter tornare a spingere. Ma appena ristabilito l’assetto, ha rimesso giù potenza e traiettorie strettissime fino al traguardo. Una manche che consegnava all’Italia un capitale tecnico ed emotivo enorme.

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Poi è arrivato lo slalom. E lì la gara è cambiata.

Vinatzer non è mai riuscito a entrare davvero nel ritmo. Nelle prime porte, su quella pendenza cattiva che chiede decisione immediata di spigolo e anticipo di linea, ha lasciato sul terreno diversi decimi. Sembrava ritrovarsi nel tratto centrale, ma un altro errore a metà tracciato ha chiuso la possibilità di rientrare nella lotta. Il 18° tempo di manche non racconta il suo valore, ma racconta perfettamente la dinamica di una prova condizionata dalla pressione e dalla necessità, forse inconscia, di gestire invece che attaccare.

E nella combinata, se gestisci, perdi.

Dall’altra parte, la coppia Paris–Sala è quella che lascia il rimpianto più aritmetico: 13 centesimi dal podio. Paris fa quello che sa fare meglio di chiunque: potenza, scorrevolezza, nessuna sbavatura. Sala arriva lì, a un soffio dalla medaglia, ma con quella mezza esitazione in due ingressi chiave che il cronometro non perdona. Non errori evidenti, ma linee appena meno dirette, un anticipo che manca di un battito di ciglia.

È qui che si misura la differenza tra una buona gara e una medaglia olimpica.

Questa combinata ha raccontato con chiarezza che oggi non basta essere grandi discesisti o ottimi slalomisti. Serve continuità mentale, la capacità di restare aggressivi dall’inizio alla fine, di non cambiare atteggiamento quando hai qualcosa da difendere. Gli svizzeri e gli austriaci lo hanno mostrato in modo quasi didattico.

L’Italia c’era. Tecnicamente c’era tutta. Nella velocità, nella qualità delle linee, nella preparazione. È mancato l’incastro perfetto tra le due manche, quella continuità feroce che trasforma una grande prestazione in un podio.

Era una giornata iniziata benissimo. Si chiude senza medaglie. E proprio per questo lascia più rumore dentro che fuori.

TAG: CIO, Combinata Maschile, CONI, Fisi, I Paletti di Lara Magoni, Lara Magoni, Olimpiadi Invernali, Olimpiadi Invernali Milano Cortina
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