sabato, Settembre 19, 2020
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Festival di Venezia 2020, trionfano “Nomadland”, Pierfrancesco Favino e Vanessa Kirby

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Ecco tutti i premi principali del 77° Festival di Venezia, assegnati dalla Giuria presieduta da Cate Blanchett. Il Leone d’Oro è andato allo statunitense Nomadland di Chloé Zhao (a ritirare il premio Davide Romani, Marketing Director di Disney Italia). L’Italia festeggia la Coppa Volpi per Pierfrancesco Favino, co-protagonista di Padrenostro. Ecco la cronaca della serata.

Il Leone del Futuro per la miglior opera prima è stato assegnato a Listen di Ana Rocha de Sousa, che si è aggiudicato anche il Premio Speciale della Giuria nella sezione Orizzonti.

L’Italia festeggia il Premio alla miglior sceneggiatura nella sezione Orizzonti per I predatori di Pietro Castellitto, che così a 28 anni ha già fatto meglio di suo padre Sergio che, nonostante una lunga carriera di successi con ben tre David di Donatello, non ha mai avuto l’occasione di essere premiato a Venezia.

Nella sezione Orizzonti il premio per la miglior interpretazione maschile va a Yahya Mahayni, protagonista di The Man Who Sold His Skin. La miglior interpretazione femminile è invece quella di Khansa Batma, in Zanka Contact. La miglior regia è quella del filippino Lav Diaz, per Lahi, Hayop. Il Premio per il miglior film nella sezione Orizzonti va a Dashte Khamoush (The Wasteland) dell’iraniano Ahmad Bahrami. 

Il Premio Marcello Mastroianni per gli attori emergenti è andato al dodicenne Rouhollah Zamani, protagonista dell’iraniano Sun Children di Majid Majidi, che racconta la vita quotidiana di un gruppo di ragazzini costretti a lavorare per aiutare le proprie famiglie, che vanno alla ricerca di un misterioso tesoro nei sotterranei della loro città.

Il Gran Premio della Giuria è andato a Cari Compagni di Andrey Konchalovski, che racconta in uno splendido bianco e nero la storia poco conosciuta di un massacro compiuto ai danni di centinaia di civili, probabilmente dai cecchini del KGB, nel giugno 1962 nella città di Novočerkassk.

L’Italia batte un colpo aggiudicandosi la Coppa Volpi maschile assegnata a Pierfrancesco Favino per il suo ruolo in Padrenostro di Claudio Noce, ispirato all’attentato subito nel 1976 da Alfonso Noce (padre del regista) visto dalla prospettiva del figlio di dieci anni, ragazzino dalla fervida immaginazione che si trova a dover elaborare un trauma così forte e imprevisto.

E’ la prima Coppa Volpi in carriera per Favino che consente all’Italia di fare doppietta, dopo il riconoscimento vinto nel 2019 da Luca Marinelli per Martin Eden. “Mi avete fatto la più bella sorpresa della mia vita”, ha detto Favino sul palco. “Come ha detto un regista, quando si gira un film è come se nascesse una stella e noi viviamo su quella stella per mesi e la sua luce si propaga nello spazio e sugli schermi. Dedico questo premio ai milioni di schermi che si accenderanno, alla luce che si propagherà, al brillare degli occhi nel buio”.

Nell’edizione veneziana più en rose che si ricordi, la competizione per la Coppa Volpi femminile è stata quanto mai serrata: ha prevalso con un certo merito l’inglese Vanessa Kirby, fin qui famosa soprattutto per il suo ruolo televisivo in The Crown (interpretava la principessa Margaret).

In questo Festival è stata brava a disimpegnarsi su due tavoli diversi come una consumata giocatrice di casinò: alla fine è stata premiata per la Martha di Pieces of a Woman, memorabile se non altro per la lunghissima ed emozionante sequenza iniziale del parto, ma merita una citazione anche la sua tormentata Nellie di The World to Come.

Il Leone d’Argento per la miglior regia è andato al giapponese Spy No Tsuma (“moglie di una spia”) di Kiyoshi Kurosawa, regista giapponese dal cognome illustre (ma nessuna parentela) fin qui conosciuto soprattutto per alcuni horror. Questo film è invece ambientato nel Giappone del 1940, a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, dove un ricco commerciante vuole portare alla luce le malefatte dei suoi connazionali in Manciuria.

Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria è andato a Nuevo Orden del messicano Michel Franco, descrizione inquietante e realistica di un possibile colpo di stato militare in Messico che degrada rapidamente nell’anarchia più totale. Un film distopico che impressiona e e ha il coraggio di non concedere il lieto fine allo spettatore.

Il Leone d’Oro 2020 va a Nomadland di Chloé Zhao, quinta regista a vincere Venezia dopo Margarethe von Trotta (Anni di Piombo, 1981), Agnès Varda (Senza tetto né legge, 1985), Mira Nair (Monsoon Wedding, 2001) e Sofia Coppola (Somewhere, 2010). Zhao è nata a Pechino ma è cittadina del mondo, è cresciuta a Brighton, ha studiato alla New York University ed è un rarissimo caso di regista donna in grado di catturare e mettere in scena l’essenza del genere cinematografico più “maschile” di tutti: il western.

Alle spalle ha altri due film, Songs My Brother Taught Me (2015) e The Rider (2017), entrambi premiati al Sundance e a Cannes: quest’ultimo stregò Frances McDormand, che ci si era imbattuta per caso al Festival di Toronto. Nomadland allarga il respiro all’intero Midwest, ripreso con toni lividi tra l’autunno e l’inverno, un western “del dopo” in cui la storia è già successa e pesa da chissà quanto sulle spalle dei tanti personaggi, quasi tutti chiamati con il loro vero nome di battesimo (e anche le iniziali del cognome della protagonista, mai citato per intero, sono M-C-D… come McDormand).

L’attrice ha mandato un videomessaggio di ringraziamento insieme alla regista, da Pasadena: “Grazie per questo Leone d’oro. Grazie per averci permesso di essere in questo strano festival. Ci vediamo lungo la strada”.

Un Festival per forza di cose umile e frugale, senza eventi faraonici né alcuna ostentazione di lusso e bellezza (il simbolo è il red carpet “murato” anche nella serata finale per evitare assembramenti dei curiosi), non poteva che concludersi all’insegna del precetto evangelico: gli ultimi saranno i primi. Il Leone d’Oro 2020 si attiene alla frase per due motivi diversi.

Innanzitutto Nomadland è entrato in concorso solo il giorno prima della chiusura, appunto tra gli ultimi della rassegna; e poi descrive, racconta, approfondisce una fetta marginale di popolazione americana (e forse non soltanto), i cosiddetti “workampers”, persone che hanno scelto di vivere da nomadi pur avendo possibilità e disponibilità economica: probabilmente, nell’arida ottica capitalista, nulla più che dei loser, ma provvisti di uno smisurato orgoglio che è quello che si respira in un film che è la sintesi più o meno perfetta delle esigenze artistiche e di quelle politiche di un Festival diverso, segnato dalla pandemia mondiale che sta stravolgendo ogni aspetto sociale ed economico delle nostre vite.

Il Premio per la Sceneggiatura è andato all’indiano The Disciple di Chaitanya Tamhane, storia fuori dagli schemi e dai canoni occidentali di un giovane musicista che si mette in testa di sfondare nella musica classica indiana, anche se forse non ha il talento necessario all’impresa: una storia scandita da lunghe esibizioni di musica monofonica indiana.


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