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Sì di Rousseau (79%) al governo M5S con il PD. Adesso fermare l’assistenzialismo ai ricchi

| 4 Settembre 2019 | IL FORMAT

Noi abbiamo le idee chiare. Continuare a buttare spesa pubblica nel cestino assistenziale dei ricchi può allungare la vita di qualcuno di loro e regalare agli amici degli amici qualche prebenda in più nel variegato poltronificio lombardo-veneto.

Può contribuire indirettamente a alimentare il volume di attività della criminalità organizzata che ha nelle regioni del Nord i quattro quinti del suo fatturato. Può  sistemare a favore del ceto medio settentrionale i conti con i cascami delle politiche di austerità effetto e causa delle due Grandi Crisi internazionali, finanziaria e sovrana, che hanno determinato in modo combinato danni agli italiani superiori a quelli di una terza guerra mondiale persa.

Potremmo continuare all’infinito, ma sbrigativamente possiamo sintetizzare: questo vizietto ha determinato, nel silenzio complice di tutti, il declino del Paese con il brutale ridimensionamento del suo peso nel novero delle economie industrializzate.

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Il male italiano si chiama spesa pubblica assistenziale al Nord. In tale flusso di decine e decine di miliardi indebitamente sottratti ogni anno alla spesa sociale e agli investimenti produttivi del Mezzogiorno, con la copertura del federalismo fiscale e utilizzando il marchingegno della spesa storica, c’è il peccato originale degli ultimi due decenni vissuti sotto l’egemonia di una classe politica del Nord, non tutta, che si è rivelata miope perché è venuta sistematicamente a patti con una deriva leghista che ha trasferito i canoni assistenziali romani dei bilanci ministeriali ai carrozzoni regionali del Nord e a un coacervo infinito di società da essi generati o a loro collegati. Questo è il male italiano.

Vorremmo che i coautori del patto politico del nuovo governo giallo-rosso la smettessero di ripetere il disco ormai rotto, che ascoltiamo da troppi anni, per cui il problema numero uno è la manovra, di cui ovviamente non sottovalutiamo rischi e delicatezze, e si dedicassero piuttosto a perseguire l’obiettivo strutturale dell’unica rinascita possibile per il Paese che è quella di fare del Mezzogiorno la priorità della politica economica e di riaprire, in questi territori, dopo venti anni di abbandono, il cantiere delle infrastrutture di sviluppo materiali e immateriali per restituire all’Italia il suo secondo motore e all’Europa ciò che l’Europa chiede: un’economia con ritmi di crescita almeno pari a quelli spagnoli.

Questa è la sfida politica di un governo di legislatura che vuole finirla con i giochetti e misurarsi in modo serio e consapevole con il ritardo italiano e la crisi internazionale globale che si presenta pesante e densa di incognite. La rinascita (possibile) del Paese parte dall’operazione verità lanciata da questo giornale sulla ripartizione territoriale della spesa pubblica e su un’alleanza per l’Italia, che parta dal Sud verso il Nord, e trovi nella parte più avanzata del Paese la guida e il sostegno di menti illuminate, come Sala e Salvati, che chiedono di ribaltare totalmente la logica autonomista e di riconoscere correttamente la priorità economica del Paese.

Si deve uscire, in fretta, dalla logica della demagogia e della disinformazione che ispira comportamenti e dichiarazioni di chi ha la responsabilità delle Regioni lombardo-venete in un circuito perverso di scorciatoie autonomiste tanto egoiste quanto nocive. Siamo l’unico Paese europeo a non avere recuperato i livelli pre-crisi, né al Sud né al Nord.

Prima prendiamo atto che il regionalismo all’italiana ha bloccato le energie vitali del Paese, allargato a dismisura il divario territoriale, e ha posto quindi le basi strutturali del nostro splendido declino, prima potremo recuperare il ruolo che ci compete in Europa e, cosa molto più rilevante, tornare a unire le  due Italie conseguendo ritmi di crescita che permettano di assorbire almeno una parte di quel poderoso capitale di cervelli che continuiamo a regalare al mondo.

Non è più tempo di velleitarismi e proclami ideologici, ma di uomini capaci e di visioni politiche di lungo termine. Si faccia una squadra di ministri all’altezza della sfida e si chiamino le cose con il loro nome e il loro cognome. Non si deve avere paura di dire che lo squilibrio regionale è il primo problema del Paese e di chi è la colpa per le dimensioni assunte da tale problema che va molto oltre le evidenti responsabilità delle classi dirigenti meridionali.

Non basterà uscire dall’ubriacatura populista-sovranista per salvare il Paese dal baratro. Anzi, se si dovesse perseverare nella tattica, nel doppio gioco che tutela solo l’interesse del ricco, e si continuasse a indulgere alle pratiche stravaganti della piattaforma Rousseau, vecchi e nuovi conflitti di interesse, si lavorerebbe perché chi si è fatto fuori da solo, come Salvini, torni alla grande e condanni tutti noi all’isolamento internazionale e a una deriva velleitaria profondamente diseguale.

Dio ce ne scampi.

TAG: #Rousseau, Mezzogiorno, Nord
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