Se Di Maio fa Salvini (e finisce come lui). La lezione di Salvati e la vera questione nazionale

163

Fare uscire questo Paese dal pantano è davvero difficile. Non invidiamo il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, impegnato a sbrogliare una matassa complicata e il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che si muove da guardiano attento delle regole e garante di questo delicato passaggio. Lo spettacolo continua a essere brutto. Di Maio gioca a fare Salvini: i mercati se ne accorgono e prezzano cautamente il nuovo rischio elezioni. L’Istat fa i conti del governo dei due gemelli litigiosi, Di Maio e Salvini, e è costretto a correggersi: nel secondo trimestre il prodotto interno lordo non è a zero, ma sotto zero; certo, che la crisi viene da lontano ma quando vai sotto il pavimento cedevole dell’anno prima, quando sei tu a sfondarlo, almeno ti devi porre una domanda.

Con una voce ingrugnita Di Maio scandisce tra i punti sui quali non si può transigere (raddoppiati nella notte) uno che a noi fa venire l’orticaria: autonomia differenziata. Non ha saltato una dichiarazione senza ripetere questo enunciato leghista. Ma è possibile che non abbia ancora capito che se vuole aiutare il Sud deve smontare il regionalismo predone che c’è e togliere dal tavolo quell’autonomia differenziata con cui la parte meno nobile del Nord vorrebbe raddoppiare il saccheggio? Abbiamo documentato con i numeri del sistema statistico nazionale che, grazie al trucco della spesa storica, ogni anno 60 e passa miliardi dovuti al Sud vanno al Nord, abbiamo fatto l’operazione verità e è stata aperta un’indagine conoscitiva presso la Commissione Finanze della Camera, e lui che fa? Dice: si fermi tutto? No, dice: autonomia differenziata come se avesse ancora intorno al collo il cappio di Salvini. No, questo no, è troppo.

Possibile che non si renda conto Di Maio che se continua così viene eliminato dal gioco o convince tutti di avere un gioco suo, che sta giocando un’altra partita? Vuole fare saltare tutto? Può essere, però,  si renda almeno conto che se continua così e non riesce a bloccare l’operazione si sta eliminando da solo. La stessa cosa, in misura minore, va rimproverata al Pd che non può incaponirsi su questioni di potere tipo un solo vicepremier, la nostra opinione è che zero è il numero giusto, e deve invece sforzarsi di togliere dal tavolo questo tipo di ostacoli.

Il governo nascituro ha un senso se esprime un nuovo patto politico fondato sui contenuti e non sulle poltrone.

Chieda piuttosto Di Maio che il Sud sia la priorità economica del programma del nuovo governo, che si tornino a fare infrastrutture di sviluppo e che ci sia una regia centrale che garantisca serietà e realizzabilità delle opere materiali e immateriali, sottraendo la gestione degli interventi alle fameliche classi politiche meridionali locali. Faccia altrettanto, con il suo volto pacioso, Zingaretti, non si dimentichi mai di pronunciare la parola chiave Mezzogiorno perché è la parola chiave dell’Italia di oggi, coincide con l’inizio e la fine della grande questione nazionale, rappresenta il punto strutturale irrisolto della crescita italiana.

La saggezza di un uomo del Nord che sa guardare lontano, come Michele Salvati, che apre oggi il nostro giornale, può aiutare entrambi. Lui non ha dubbi: la questione meridionale deve diventare la grande questione nazionale del nostro Paese. Indica anche un metodo: alzare il livello di un gradino, approdando a quello costituzionale, e sottraendo il futuro dell’Italia (di tutta l’Italia) dalle “pressioni degli interessi locali troppo forti per operare riforme ordinarie”. Prima Di Maio esce dal circo Barnum della piattaforma Rousseau, i giochini delle dirette Facebook e la povertà eliminata dal balcone, e prima recupererà la leadership politica (reale) di un movimento che diventa partito e guida davvero il cambiamento. Se riuscisse a fare questo piccolo miracolo darebbe al suo Mezzogiorno la risposta politica che merita e troverebbe alleati in un Nord che viene da lontano, dalla scuola dei Marcora e dei Bassetti, e arriva fino ai Sala e ai Salvati di oggi, il Nord migliore, che è molto più numeroso di quello che si pensi.  Se Di Maio non vuole fare questo salto, lo farà un altro. Sarà la storia a dirci chi ha preso il suo posto.