LA CASA DI JACK

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Uscita per l’inferno per Lars Von Trier

Inizialmente non volevo andare a vederlo. Mi avevano suggestionato le (parziali) critiche negative di Cannes, e quegli spettatori, fra critici e giornalisti, che avevano abbandonato la sala durante le scene più cruente. E poi faceva gioco la mia antipatia per Von Trier, che ho sempre ritenuto un cialtrone megalomane affetto da forte disturbo della personalità. Però d’altra parte ho sempre ritenuto Dogville un grandissimo film, e anche Idioti e Melancholia rientrano in un mio personale novero di film disturbanti ma ricchi di pathos e cinematograficamente delle bombe.
Così sono andato a vedere questo “La Casa di Jack” nella versione in inglese senza scene tagliate, e il mio giudizio su questo ultimo lavoro del regista danese è altalenante. Marina Abramovic lo ha definito il regista più disturbante del pianeta, e forse ha ragione. Però stavolta a mio avviso l’innovazione è poca, e anche la provocazione si incanala su binari già visti.
Cosa distanzia questo architetto-ingegnere, affetto da manie ossessivo-compulsive, che ama uccidere persone a caso e lasciare tracce per la polizia che puntualmente non riesce a prenderlo (ripercorrendo in questo la storia vera di Jack lo Squartatore) da un prodotto più smaccatamente commerciale di qualche tempo fa come “American Psycho”?
Lo stesso Von Trier lascia parecchi punti di contatto fra le due opere, forse troppi, la mania per l’ordine del protagonista, un certo umorismo macabro e stantio, anche se manca quasi del tutto il riferimento (che in American Psycho è presente) al potere mortifero del capitalismo avanzato, che devia le coscienze e pervade con il suo potere nefasto le psiche dei più esaltati.
Qui abbiamo un tran tran di macelleria umana in verità piuttosto monotono, il lavoro di un piccolo artigiano del crimine, che strangola le sue vittime, toglie capziosamente le macchie di sangue, porta tutto in una camera di crioconservazione di sua proprietà, tutto con la meticolosità e anche la noia di un impiegato della mattanza seriale. Poi certamente la pellicola è ricca di momenti di cinema pervasivi e intensi, ma su tutto pesa una ripetitività e una mancanza di innovazione che nuoce alla riuscita del lavoro.
Unici colpi d’ala del regista sono i momenti in cui il protagonista Jack dialoga con Virgilio, il personaggio dantesco e storico che è un po’ la sua coscienza. I due personaggi dialogano riguardo le gesta di Jack, sulla sua mancanza totale di senso morale ecc. Jack dice a Virgilio che uccidere è come comporre una grande opera d’arte, in cui esistono i lupi e gli agnelli, in cui il più forte trionfa e il debole soccombe, in cui gli istinti primari devono essere lasciati liberi di agire, pena la repressione dell’individuo. Tesi presi di peso dall’estetica dell’arte decadentista, e da elementi di psicanalisi del profondo. In altri momenti si confessa malato, affetto da depressione, sofferente, pieno di sensi di colpa. E qui viene in luce la duplice filosofia di Lars Von Trier, quel misto di superomismo ariano decadente, e senso del peccato di ascendenza cristiana e cristologica.
Emerge la sua ambiguità di artista disturbante di cui parla Marina Abramovic.
Jack ama l’arte perversa e decadente di Albert Speer, l’architetto del Nazismo, e vuole costruire la sua casa, la casa del titolo, al riparo dal caos del Mondo. Ma i suoi tentativi falliranno, e riuscirà solo a circondarsi di cumuli di cadaveri senza nome che saranno il peso della sua coscienza che lo spingerà giù nel profondo dell’Inferno, sotto lo sguardo impassibile di Virgilio.
Von Trier non esce dalla sua ambiguità. Le sue ossessioni, le sue manie sono il segno distintivo del suo cinema malato e senza via di scampo o possibilità di uscita. Un cinema malato che però affascina le platee di tutto il mondo, e lo continua a far accettare dai circoli più esclusivi della settima arte, nonostante le sue (anche recenti) uscite poco felici su nazismo e bellezza (reiterate più volte anche in questa pellicola). La casa che Von Trier ha costruito nell’ambiente del cinema ha fondamenta solide, e forse il Cinema stesso, la settima arte, è per lui la terapia che lo allontana da e tiene a bada i suoi demoni maligni che lo tormentano senza riposo.