La Sardegna al voto tra il ‘fattore latte’ e la golden share di Salvini

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latte elezioni
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Sardegna alle urne per le Regionali 2019.

Oggi si vota a turno unico per eleggere il Consiglio regionale ed il nuovo Governatore.  I sondaggi ed i rumors locali ipotizzano un testa a testa tra il candidato del centrodestra, Christian Solinas, ed il candidato del centrosinistra, Massimo Zedda, sindaco uscente di Cagliari. Il voto sardo, seppur locale, ha certamente, come quello in Abruzzo, una valenza politica in vista delle prossime elezioni europee di maggio.

Alle ultime regionali del 2014 Lega e Cinque Stelle non si presentarono. Forza Italia fu battuta alle precedenti consultazioni con Ugo Cappellacci fermo al 39,65%, superato da Francesco Piaglaru (Pd) che arrivò al 42,45%. Nel contesto attuale il voto è strettamente collegato alla vicenda del prezzo del latte, di cui si discute ultimamente e su cui il governo ha convocato un tavolo con le parti sociali per arrivare ad un accordo con i produttori sul piede di guerra.

Alla trattativa erano presenti il ministro delle Politiche Agricole, Gianmarco Centinaio, ed i rappresentanti delle associazioni di categoria dei pastori sardi. Ma non gli industriali. La crisi del settore si ricollega al prezzo di vendita al ribasso del latte ovino, che produce principalmente il pecorino romano. I pastori reclamano un giusto corrispettivo per il latte prodotto con la mungitura almeno ad 80 centesimi al litro.

Complice la globalizzazione e dell’Europa che ha favorito l’ingresso dei paesi dell’Est con costi più bassi di produzione, penalizzando il made in Italy ed i produttori italiani che ad oggi non rientrano più nelle spese e nelle tasse dovute. Stando ai sondaggi, oltre al fattore latte pare verosimile l’ulteriore caporetto di ciò che resta del Partito Democratico, che nella geografia politica annovera la Sardegna tra le ultime roccaforti di potere. Il compito di sovvertire questo pronostico è affidato a Massimo Zedda, apprezzato sindaco di Cagliari e protagonista della stagione (oggi lontanissima) dei sindaci arancioni. Ma la partita vera si gioca ancora alla conta su due tavoli.

D’un lato la probabile ennesima prova di forza della Lega

a trazione Salvini, che ha ormai saldamente ipotecato il ruolo di leader in un centrodestra che solo a livello locale riesce ad essere unito e a vincere: Abruzzo docet. Dall’altro, il difficile banco di prova per l’alleato di governo pentastellato, che proprio in Sardegna aveva raccolto un boom di preferenze nelle scorse elezioni politiche, che ormai di prassi arranca sul voto amministrativo. Non è un caso che Luigi Di Maio abbia condotto una campagna elettorale sostanzialmente defilata, individuando il punto debole della tenuta del Movimento nelle corse solitarie senza radicamento sul territorio.

Sulla scia del vento sovranista, quasi certamente, il centrodestra porterà alla vittoria il proprio candidato Solinas, ma questo risultato potrebbe evidenziare ulteriormente il ribaltamento dei rapporti di forza all’interno del centrodestra che fu. Sempre secondo quanto trapela dai sondaggi e dai rumors locali, le urne fotograferanno il travaso di voti da FI alla Lega, con Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia a fare percentualmente da comprimari. E’, del resto, la fotografia di una campagna elettorale monopolizzata dalle proteste dei produttori di latte sardi. Proteste che Matteo Salvini, in tandem col ministro dell’Agricoltura, Gianmarco Centinaio, anch’egli leghista ha saputo mediaticamente interpretare e cavalcare a discapito dell’alleato di governo. Costretto, quest’ultimo a districarsi tra i malumori crescenti di parte della base pentastellata e la ricerca di nuove strategie di radicamento sul territorio con la prospettiva di un’alleanza con liste civiche per uscire dall’isolamento infruttifero della corsa solitaria.

La sensazione è che questa tornata amministrativa, cosi

come in Abruzzo, sia un interludio in vista della partita decisiva, il voto di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Il governo, ripetono ad una voce, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, manterrà vivo il contratto in un’ottica di legislatura, smentendo le previsioni di elezioni anticipate paventate ieri dall’agenzia di rating Fitch.

Questa unione di intenti depotenzia di fatto anche gli auspici di Silvio Berlusconi per una ricomposizione dell’alleanza di centrodestra in chiave di governo. Ma chi se la cava peggio, nonostante l’appeal di Zedda, è ciò che resta del Pd, sempre più in crisi di identità, senza un segretario forte, e con l’ingombrante eredità di Matteo Renzi da metabolizzare.