La vecchia formula del “nuovo”

le campagne elettorali sono sempre più vicine alla vendita di un prodotto o, a dire il vero, alla pubblicità spontanea che un venditore fa di un prodotto nel tentativo di offrirlo secondo le qualità o proprietà che quest'ultimo non ha.

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Un’apparizione vuota e carente di contenuto si fa presente ogni volta che si avvicinano le elezioni di ogni tipo per attirare a sé tanti elettori che, presi dall’illusione, vengono conquistati dalla vecchia formula del nuovo. Infatti, le campagne elettorali sono sempre più vicine alla vendita di un prodotto o, a dire il vero, alla pubblicità spontanea che un venditore fa di un prodotto nel tentativo di offrirlo secondo le qualità o proprietà che quest’ultimo non ha.

Tutto parte dalla costruzione dell’effetto. Descrivere questa operazione è come parlare di un incantesimo nel quale alcune frasi o parole chiave risvegliano l’emozione del consumatore. “Ora o mai più”, “quello che non vi dicono gli altri”, “la soluzione ai tuoi problemi” oppure il semplice fatto del prodotto “nuovo” – e nel caso della politica, il “giovane” e “onesto” – sembrano far parte di un’eterna formula vincente con la quale si conquista una grossa quantità di persone che vanno al mercatino per provare le emozioni e le soddisfazioni che la sfera privata non è più in grado di offrirgli.

A quanto pare, in questo nostro stile di vita consumistico, il fatto di acquistare un prodotto si è trasformato in un surrogato delle relazioni umane che non riusciamo più a mantenere. In questa ricerca predisposta di qualcosa che che ci tiri su il morale, una buona parte del lavoro è già fatta per il venditore: deve solo dirci ciò che vogliamo sentire. Se lo fa, ci convincerà di acquistare un prodotto qualunque che concluda in bellezza un processo di adulazione che ci ha fatto sentire importanti.

Sebbene lo scambio sia finito, la vita – ovviamente – continua, e a differenza di un romanzo o una serie di Netflix, una volta svanita la cortina fumogena presentata dal venditore, una volta concluso l’esercizio retorico dell’inganno, il prodotto viene scoperto per quello che è. A questo punto, nella solitudine della propria realtà, il consumatore, pieno di rabbia e delusione, vorrebbe tornare indietro per farsi restituire i soldi ma il venditore non c’è più, non è più possibile annullare lo scambio.

Il dettaglio più sconcertante di tutti è che il consumatore, in questo caso, non ha acquistato un prodotto di per sé, ma ha comprato – di sicuro a un prezzo ingiusto – l’adulazione con la  quale il venditore l’ha fatto sentire importante. In fondo anche il consumatore lo sa e, anche se si comporta come l’amante tradito, in quel momento si è fatto trascinare per lo strano piacere di una sensazione effimera che l’ha fatto aprire la borsa o il portafoglio.

Questa dinamica nella quale il consumatore offre tutti i presupposti perché il venditore lo inganni facendogli acquistare un prodotto che non esiste, sembra essersi tramutata nella politica e, particolarmente, nelle campagne elettorali. Nell’arduo processo di convincere l’elettorato, lo sappiamo tutti, gli attori – vecchi e nuovi – hanno rinunciato ai contenuti, alle proposte e al dibattito per cedere alla personalizzazione delle campagne fino a trasformarle in puro intrattenimento. Si tratta di un processo che corrode tutte le democrazie e le mezze democrazie e nel quale i cittadini sono costretti a votare per il più abile a intrattenere, illudere e adulare gli elettori.

A questo punto, l’elettore, come il nostro consumatore medio, decide di votare non più per l’oggetto della proposta ma per la forma in cui essa viene presentata. In altre parole, l’apparenza e la forma prevalgono sull’essenza e il contenuto innescando lo stesso processo di incantesimo e delusione del prodotto già acquistato le cui caratteristiche non corrispondono alle funzioni offerte dal venditore.

A rendere la situazione più complicata è una strana tendenza dei nostri giorni che rende impossibile distinguere una campagna elettorale dal periodo in cui l’eletto deve governare/amministrare. Siamo piuttosto in presenza di un’unica campagna elettorale senza fine, dove il politico non è se non un venditore obbligato a dire agli elettori ciò che loro vorrebbero sentire e basta.

Nei due casi l’effetto finale è sempre lo stesso, il disagio e l’amarezza provocati dalla delusione di chi ha ceduto qualcosa d’importante ottenendo in cambio solo chiacchiere non saranno mai abbastanza da permettergli di tornare indietro e annullare lo scambio nella sua totalità. Si perde sempre qualcosa qualcosa.

Dove si spezza la nostra analogia? Nella gravità e nell’incidenza dello scambio. Mentre nel caso delle vendite si danno via dei soldi per un prodotto che forse non li vale e si perde del tempo prezioso da investire in altre attività, nelle elezioni invece, pur di sentirsi dire qualcosa di emozionante, l’elettore cede facilmente cose molte importanti: a partire dal voto – uno strumento che è costato tantissimo ai nostri predecessori – fino alle risorse, le opportunità, il prestigio e il futuro di un’intera Nazione.

La domanda da porci è se questo approccio stia segnando uno spartiacque definitivo nel Mondo politico o se sarà possibile, in un giorno non molto lontano, tornare a fare politica secondo l’essenza anziché secondo l’apparenza.