Nostalgici e conservatori

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L’avversione viscerale nei confronti di Matteo Renzi è meritevole di un’analisi accurata, non può essere declinata con gli usuali stilemi a cui fanno ricorso i commentatori politici, ma va esplorata in profondità, per comprenderne appieno la genesi.

Si ha la convinzione che tutto discenda dal conservatorismo degli italiani, a cui piacciono i consolidati schematismi, i riferimenti abituali, le dialettiche scontate, le contrapposizioni tra diversi facilmente identificabili.
Se qualcuno prova a rompere gli schemi, ad uscire dai recinti, a rimescolare le carte, viene subito guardato con sospetto: chissà questo dove vuole arrivare…

Oggi Monica Guerzoni ci racconta, con accenti intrisi di struggente nostalgia, della Roma democratica, accorsa al teatro Eliseo, per ascoltare il verbo di Walter Veltroni. “Il leader è tornato, la gente scatta in piedi per applaudirlo, tanto veltronismo senza renzismo e persino un lapsus freudiano, quando chiama Pci il PD, scatenando applausi e risate…”
Un Amarcord in piena regola, con il protagonista che avrebbe marcato le distanze da Renzi, respingendo la prospettiva di maggioranze spurie, pasticci e marmellate post elettorali.

A pochi giorni dal voto, in un Paese drammaticamente frammentato e probabilmente incapace di emettere un chiaro verdetto, si torna a favoleggiare di una mitica età dell’oro, fingendo di dimenticare che Veltroni le sue elezioni le ha perse nettamente, che la sinistra è da sempre minoritaria, che il tentativo di sottrarre, con una nuova proposta, fasce di elettorato moderato al centrodestra, per guadagnarle alla causa del riformismo, va
incoraggiato e non stroncato sul nascere.

Se nel 2018 campeggiano ancora i temi del fascismo e dell’antifascismo, se un leader innovatore, eletto dai cittadini, viene additato come traditore degli ideali della sinistra e si plaude al lapsus rievocativo del Pci, si dà ragione agli scissionisti di LEU e si porta acqua al
mulino del M5S, che ha spazzato via un fradicio bipolarismo.