Il mio partito

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Una miriade di sigle, spesso rappresentative di pulsioni personali spacciate per orientamenti politici, si affollano confusamente sulla scena elettorale in una vigilia densa di interrogativi, popolata da incertezze, agitata da ansie di governabilità.

E tra tutte queste sigle, incredibilmente, non riesco a riconoscere le sembianze del mio partito, quel mitico soggetto politico nettamente liberal-democratico, sfacciatamente riformista, saggiamente progressista, intriso di valori democratici, a cui dedicare ogni spicciolo di residua energia e tutte le enormi riserve di entusiasmo che mi tengono in vita.

Escludo la destra, in tutte le sue declinazioni, arcaiche e moderne, perché è estraneo al mio essere l’approccio rude all’egoismo sovranità ed il richiamo allo stilema Dio, patria, famiglia; rifiuto la sinistra ideologica, le sue nostalgie, il linguaggio, i simboli, le radici, i riti; detesto il populismo, che testimonia il declino della democrazia. Resterebbe l’area di centro, ma in essa non si riscontra alcuna traccia significativa di cultura liberale ed è completamente assente lo spirito del tempo.

Da qualche anno osservo con attenzione le evoluzioni del PD, i suoi contorcimenti, le novità proposte dal nuovo leader giovane e baldanzoso, gli strappi, le scommesse, gli inciampi; ed ho acquisito consapevolezza di quanto sia arduo ed accidentato il cammino verso una vera palingenesi, che lo porti ad avvicinarsi al partito dei miei sogni.