Il Renzi diluito

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Mille giorni di te e di me, con dosi massicce di riformismo rampante, declamato e posto in
essere con qualche sbavatura dettata dalla voglia di stupire e dall’ansia di fare, con nemici sbigottiti, recalcitranti, ma travolti da un imprevisto uragano.
E speranze fiorite all’improvviso, come luci accecanti dopo secoli bui. Poi il brusco risveglio, la valanga di no ruggiti nell’urna da un popolo inquieto ed insoddisfatto, la fuga da palazzo
Chigi ed il triste ritorno alle faticose mediazioni, per scongiurare la catastrofe e l’annientamento.

È la parabola di Renzi, ma anche la metafora di un’Italia che rifiuta l’idea dell’ uomo solo al comando e preferisce l’immota palude al mare aperto, l’abitudine consociativa al confronto duro tra visioni alternative del mondo.
Così, piano piano, abbiamo assistito ad una mutazione genetica: dal Renzi concentrato, siamo passati a quello diluito, che rischia di apparire fungibile con uno dei tanti replicanti che si esibiscono nel teatro della nostra politica, perdendo la sua cifra di unicità.
Un Renzi che si ripara all’ombra del solito ulivo, come un Franceschini ed un Prodi qualsiasi,
per rimasticare proposte che il tempo ha già provveduto a bocciare.