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Il soldato Alfano

| 30 Luglio 2017 | POLITICA

Francesco Verderami è un intelligente giornalista del Corsera, che naviga da sempre nei mari frequentati dagli skipper del centrodestra e ci racconta con sorridente ironia i complessi rapporti tra il generale Berlusconi ed il soldato Alfano.
Quest’ultimo, individuato come delfino dal regnante, in una fase politica non troppo remota, si è visto in seguito attribuire una mancanza di quid, che lo ha indotto ad allontanarsi dalla casa madre, per costruire qualcosa di suo e dimostrare ai tanti irridenti osservatori di avere la stoffa del leader.

Tutti hanno seguito le sue mosse con grande interesse e curiosità, quando ancora la stella di Renzi non aveva fatto ingresso nel firmamento politico italiano, nella speranza che tutti i delusi dall’esperienza berlusconiana, non più accampati nei territori del voto, ma rifugiati nel limbo dell’astensione, ritrovassero la voglia di fare politica nello spazio liberal democratico desertificato dal bipolarismo.
Alfano sostiene di essersi collocato in una posizione strategica ed esibisce con orgoglio il milione virgola qualcosa di voti raggranellati in due consultazioni nazionali, come un trofeo attestante la sua centralità, ed afferma che FI e PD, in una sorta di sindrome polacca, vorrebbero spartirsi il centro, senza rendersi conto che il suo 3% non merita quella qualifica.

Se la sua necessità esistenziale è quella di guidare un partito, qualunque sia la consistenza dello stesso, non può continuare ad essere utile al Paese, fuori da questa fase nella quale, oggettivamente, lo è stato.
Questo è il momento di scegliere anche per il soldato Alfano, perché la compagnia di giro, che lo ha sino ad oggi assecondato, è presa dal panico e sembra entrata in una centrifuga.
Fare il numero uno nello sperduto villaggio della Gallia, o rispondere alla chiamata del senato di Roma?
Spesso la storia ha celebrato le gesta generose e lungimiranti di chi è diventato gregario per necessità.

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