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Il prigioniero

| 16 Giugno 2017 | POLITICA

Io, liberal-democratico riformista, con finestre e balconi aperti, per curiosità intellettuale e passione civile, sul complesso universo della sinistra, ho seguito sin dall’inizio, con estremo interesse, la discesa in campo di Renzi e, pur rimanendo distinto dal PD, ho partecipato a tutte le primarie, per dare un personale contributo ad un tentativo di cambiamento di assetti istituzionali e di personale politico, a mio avviso non più procrastinabile.
Il giovane fiorentino, abile, manovriero e dotato di straordinaria energia, ha rapidamente fatto saltare il banco, sloggiando dalla stanza dei bottoni la vecchia classe dirigente, si è impadronito di partito e governo e, con il piglio del condottiero, ha imposto a tutti la sua agenda.
Al primo riscontro elettorale, la consultazione per il rinnovo del Parlamento europeo, il successo del PD è stato così travolgente, da indurre un numero elevato di soggetti a salire sul carro del vincitore, apparentemente destinato ad un lunghissimo regno.
Ma a nessuno è consentito in questo Paese di minacciare interessi consolidati, di attaccare
privilegi che vengono definiti diritti, di sfuggire alla morsa di coloro che detengono poteri d’interdizione costituzionalmente garantiti.
E così, dopo una perigliosa e sofferta approvazione del Jobs act ed il varo della contestata riforma della scuola, tutto il mondo sindacale di riferimento, guidato dalla veterocomunista Camusso, si è messo di traverso ed ha iniziato a lavorare ai fianchi un premier indebolito da un dissenso interno sempre più incalzante.
Poi, al referendum sulla riforma costituzionale, vero giro di boa per la costruzione di un’Italia diversa, una sorta di fronte di liberazione nazionale, già testato per l’elezione dei sindaci di Roma e Torino, ha inflitto ad un PD spaccato la più epocale delle sconfitte.
Gli eventi degli ultimi mesi ci raccontano di un Renzi dimissionario dalla presidenza del
consiglio e dalla segreteria del partito, ma ancora pugnace e bramoso di rivalsa, capace di riottenere un mandato plebiscitario alla guida del PD e con una voglia matta di riprendersi il governo, ma incerto ed ondivago sulla linea, le alleanze, la delimitazione del terreno di gioco.
Mentre in Francia Macron ha avuto la forza ed il coraggio di liberarsi del partito socialista e
di affrontare il mare aperto con la sua imbarcazione liberale e riformista, Renzi appare prigioniero del PD, delle sue nostalgie uliviste, di un campo largo della sinistra che è solo una suggestione ed, al limite, in caso d’improbabile vittoria, può regalarci una palude popolata dagli anfibi degli apparati e spegnere con le sue acque limacciose il fuoco del
cambiamento che arde dentro di noi.

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