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Contr’Appunti – La democrazia vista dal buco della serratura

| 19 Maggio 2017 | POLITICA

Sinceramente non c’è alcun interesse a valutare il contenuto delle intercettazioni riguardanti l’ex Presidente del Consiglio, né tanto meno a valutarne la legittimità. Ancora meno l’interesse sul dibattito stucchevole relativo alla deontologia professionale di chi le pubblica, se e in quanto palesemente mancanti di notizie di reato. Porre oggi problemi di questo genere, dopo venticinque anni di Seconda Repubblica caratterizzata da un continuo sbirciare dal buco della serratura delle stanze (anche da letto) del potere, è francamente ridicolo.

Il punto, nell’attualità, è un altro. Si tratta dell’idea, nata con l’esplosione di Tangentopoli e poi consolidatasi nel tempo sulla scorta di innumerevoli programmi televisivi, articoli giornalistici, libri (a partire da “La Casta” di Stella e Rizzo), che la qualità principale di un politico debba essere non la competenza, non la capacità di risolvere questioni problemi, non l’intelligenza, ma l’onestà. Addirittura il primo partito d’Italia – a credere nei sondaggi – ha proprio nell’onestà l’unico punto qualificante del proprio programma.

Senonché, nel linguaggio della politica come in quello dei media, un concetto che è prettamente etico – in quanto implicante l’idea di sincerità, lealtà, trasparenza, aderenza ad un codice morale largamente condiviso – ha via via preso una connotazione sempre più spiccatamente giuridica, per cui – in fin dei conti – è onesto semplicemente chi non delinque. Cioè chi, in pratica, rispetta la legge. Addirittura, in modo ancora più specifico, chi non compie reati contro la pubblica amministrazione (corruzione, abuso d’ufficio e affini).

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Questa reinterpretazione del concetto di onestà, tuttavia, rischia di essere fuorviante, peccando sia per eccesso che per difetto. Per eccesso, perché porta a mettere sullo stesso piano, ed a gettare in pasto alla polemica politica anche la più strumentale, persone che – nella loro attività quotidiana – hanno magari commesso un errore, o mal interpretato norme scritte male e continuamente modificate in peggio. È il caso di molti amministratori locali i quali, se non vogliono bloccare i Comuni o le Province loro affidati, devono quotidianamente confrontarsi con una congerie di norme tecniche (non di rado tra loro contrastanti) e così prendersi rischi enormi. Viene quasi da pensare, a voler essere malevoli, che siano scritte proprio per dissuadere dall’intraprendere qualsiasi opera pubblica, lasciando alle imprese private (ed ai capitali privati) ben più ampi spazi di manovra.

Ma, soprattutto, pecca per difetto, perché porta a considerare ipso facto onesti i politici che rispettano la legge, cioè che si confanno al sistema economico-giuridico dato in un certo momento storico. I politici, cioè, più organici al sistema o – per dirla in altri termini – più vicini alle élites dominanti in quel luogo in quel periodo. Oggi, alle élites finanziarie globaliste (che paiono aver scaricato Renzi per puntare su un nuovo cavallo a cinque stelle). “Ascolta. Una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge“, cantava un tempo, con qualche fondatezza, Fabrizio De André.

Per restare all’oggi, senza voler estremizzare il concetto (per cui si potrebbe ricordare che in prigione, nelle dittature, ci stanno i dissidenti, non i delinquenti), un’esperienza interessante può essere ad esempio la lettura dei contorcimenti verbali delle Istituzioni europee nel tentativo di distinguere corruzione (brutta e cattiva) e lobbismo (desiderabile). Contorcimenti verbali, peraltro, inutili: il lobbismo è semplicemente la corruzione di chi comanda. Senonché, se sono le grandi banche d’affari americane a chiamare, il risultato è l’abrogazione del Glass-Steagall Act, cioè la prima pietra della crisi del 2008; fatto un po’ più grave della terribile corruzione che, nella percezione dell’opinione pubblica (o, più probabilmente, indotta da più o meno interessati think-tank), ammorberebbe il Vecchio Continente.

Augurandoci fermamente che Renzi non torni mai più a Palazzo Chigi. Ma non per le vicende della Consip. L’augurio auspicato e che Renzi non torni mai più a Palazzo Chigi perché, da Presidente del Consiglio, ha prodotto il Jobs Act, ha intrapreso una delle più farraginose riforme della Pubblica Amministrazione mai viste, ha introdotto nel nostro sistema la disciplina sul bail-in delle banche in crisi. Non è interessante se Renzi sia onesto oppure no. Interessa molto di più costatare i danni che ha fatto al Paese.

TAG: Consip, Intercettazioni, Renzi
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