Lo stracciarsi le vesti di giornalisti, sindacalisti e politici a seguito della notizia secondo cui Amazon avrebbe brevettato una specie di “braccialetto elettronico” per i propri lavoratori denota un grado di ipocrisia che si stenta a credere possibile.

Il PD e Liberi e Uguali (che, all’epoca, erano tutt’uno) hanno approvato il Jobs Act. Bene, il nuovo art. 4, c. 2, dello Statuto dei lavoratori, come modificato da Renzi e i suoi sodali, ha reso legali indipendentemente da previ accordi con i lavoratori i controlli attuati mediante “strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa”. Non a caso Amazon ha prima ricordato che il “braccialetto elettronico” avrebbe, come fine primo, quello di evitare errori del lavoratore nella scelta dei pacchi da spedire, quindi ha concluso di volere “sempre rispettare le leggi”.

Ma si tratta soltanto della punta dell’iceberg. Per dire, circa un anno da Il Sole 24 Ore rilanciava la notizia che Almaviva – i cui atteggiamenti verso i lavoratori sono noti – prevedeva di “ricorrere a strumenti di misurazione della produttività e della qualità, nel rispetto dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori“, per cui “i risultati della misurazione sarebbero stati visibili in tempo reale per non più del 60% delle ore lavorate settimanalmente” e “l’accesso alle informazioni sarebbe stato consentito al lavoratore, esclusi gli altri addetti appartenenti al suo team, che avrebbero invece avuto la possibilità di verificare la produttività media…“. In altri termini, lo sdoganamento della guerra fra poveri, del tentativo spasmodico di emergere a scapito dell’altro, eventualmente della delazione.

Delle terribili lotte sindacali contro queste norme aberranti si ricorda una manifestazione della CGIL, per giunta di sabato, e uno sciopero generale il 12 dicembre 2014 (tra l’altro, limitato dalla CISL al solo pubblico impiego). Fine. Ma è possibile che il cronista si sia distratto. Il confronto con quello che è successo in Francia al momento della approvazione della Loi travail è, comunque, davvero impietoso.

Si tratta – tra parentesi – della stessa CGIL che ha presentato due referendum sul Jobs Act: uno sui voucher che, chiaramente, mai e poi mai sarebbe arrivato alle urne; l’altro, sull’art. 18, che avrebbe davvero potuto scardinare il sistema, se non fosse stati scritto appositamente per non essere ammesso dalla Corte Costituzionale.

Allora, se si vuole fare un’operazione di verità, è necessario mettere in fila alcune ovvietà che, però, appaiono colpevolmente dimenticate.

  1. In un sistema di cambi fissi come quello introdotto dall’Euro, per recuperare produttività – non potendo svalutare la moneta – è necessario svalutare il lavoro. Il Jobs Act serve proprio a questo e proprio per questo ci è stato caldamente richiesto dalla Banca Centrale Europea.
  2. Le condizioni dei lavoratori in azienda sono funzione della disoccupazione del Paese. Se lo Stato non si impegna in politiche per l’occupazione, è complice di Amazon e delle altre imprese analoghe. Il problema è che, nell’attuale contesto normativo – pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact, e simili – lo Stato non può stimolare la domanda, per cui si riduce a inutili politiche dal lato dell’offerta, che arricchiscono certi imprenditori ma non spostano di una virgola le dinamiche occupazionali.
  3. La globalizzazione (che non è un incidente di natura, ma il frutto di accordi internazionali sottoscritti dai governi, a partire dai Trattati UE e dal CETA) ci ha consegnato la desertificazione industriale del Paese e la terziarizzazione del lavoro. In sostanza, al posto di ingegneri, tecnici, ricercatori, operai specializzati, chimici, abbiamo tutto puntato su magazzinieri, camerieri, operatori di call center. Lavori che non richiedono particolari competenze e, dunque, rendono i lavoratori facilmente sostituibili, con altri lavoratori più “moderati” o, addirittura, robot.
  4. La sinistra – con un tradimento ideologico e culturale che la sta facendo sparire da tutta Europa – ha dimenticato i lavoratori, sostituendolo con i “consumatori”. I consumatori sono tanto più soddisfatti quanto meno pagano beni e servizi. Il problema è che questo risultato si ottiene solo abbassando più che proporzionalmente i salari, e ciascun consumatore è, ahimé, anche e anzi prima un lavoratore. Una sinistra che tifa la disruption di Uber, per dire, o magnifica i voli low cost di Ryan Air, è un soggetto iperliberista che giustifica lo sfruttamento del lavoro gratuito per mezzo delle nuove tecnologie.
  5. In questo contesto, è del tutto inutile ed anzi pilatesco blaterare di “boicottare” Amazon o di istituire una web tax contro Google. Le persone, prese singolarmente, fanno quello che ritengono il loro interesse di breve periodo, come è giusto che sia. Ma se Amazon dovesse rispettare, in Italia, serie disposizioni giuslavoristiche e se, semplicemente, ai prodotti confezionati all’estero e arrivati in Italia previo acquisto on-line, fossero applicati dazi consistenti, i problemi che tanto indignano in questi giorni sarebbero in larga parte risolti.

Lo Stato deve riappropriarsi della leva fiscale, in modo da poter incrementare la spesa pubblica e stimolare la domanda interna. Solo così aumenterà l’occupazione.

Lo Stato deve riappropriarsi della sovranità monetaria. Solo così potrà tornare a difendere il lavoro nel nostro Paese.

Lo Stato, a fronte di derive come quelle che abbiamo raccontato sopra, deve ricordarsi degli artt. 41 e ss. della Costituzione, oggi sostanzialmente disattesi.

Questo è l’unico programma serio.